La versione di Barney
Finché gli è rimasto un minimo di lucidità, Barney Panofsky ha mantenuto fede alle proprie convinzioni. E cioè che la vita è assurda e che nessuno, in pratica, capisce gli altri.
Nato nel 1931 nel ghetto ebraico di Montreal e morto nel 2001, Mordecai Richler è considerato uno dei maggiori scrittori in lingua inglese. E’ ancora un ragazzino quando abbandona l’ortodossia religiosa, lascia il ghetto e parte per l’Europa, dove frequenta autori come Allen Ginsberg e Terry Southern. Nella sua carriera letteraria scrive romanzi, saggi, sceneggiature, racconti per ragazzi, raggiungendo il primo considerevole successo con L’apprendistato di Duddy Kravitz.
Pubblicato nel 1997, La versione di Barney costituisce una specie di caso letterario sia per il successo ottenuto praticamente ovunque, e notevolmente anche in Italia, sia per la particolarità del simpatico e trasgressivo personaggio di Barney Panofsky, protagonista/io narrante del romanzo, scritto in forma autobiografica. Per le numerose affinità riscontrabili con l’autore, comprese le preferenze di sigari e superalcolici, non è escluso si tratti di una reale autobiografia romanzata, per quanto Richler non lo abbia mai direttamente ammesso. E’ comunque innegabile che, al di là dell’ironia tipicamente yiddish, della trasgressione a tutti i costi e dell’ambiguo utilizzo dell’arte a fine di lucro, La versione di Barney sia sopra ogni cosa una splendida, drammatica e malinconica storia d’amore.
Quando inizia ad avvertire i primi segnali dell’Alzheimer, Barney Panofsky, miliardario quasi per caso, scrittore mancato e produttore di spot televisivi di scarsa qualità, scrive la storia della propria vita, un mix di sregolatezza bohemien e introspezione freudiana, per due principali motivi: difendersi dalle false affermazioni che l’ex compagno di sbronze e scrittore affermato (sia pure immeritatamente) Terry McIver ha inserite in un proprio romanzo, e celebrare la delirante e passione, ormai non corrisposta, per la terza moglie Miriam, che Barney ha conquistato quasi con la forza in un momento di disperazione e dissolutezza estrema, per poi vedersela sfuggire per sempre dalle mani dopo tre figli e decenni di felicità.
Nonostante i ripetuti eccessi tra alcool, droga e sesso, gli affari non del tutto onesti, la vita certamente agiata ma fuori da ogni minima razionalità, Barney rimarrà sempre, da un lato, il romantico innamorato di Miriam, incontrata nel giorno delle nozze precedenti e assediata con ogni mezzo fino alla resa, e dall’altro l’innocente e ingiustamente accusato d’aver ucciso l’amico e scrittore Boogie durante un litigio. Vive così nell’ossessionante, e impossibile, speranza che Miriam torni a casa e che all’improvviso Boogie, il cui corpo non è mai stato ritrovato, ricompaia improvvisamente, scagionandolo da ogni sospetto.
Non riuscirebbe, in ogni caso, ad avere il tempo di godere tali soddisfazioni, l’inesorabile incedere della malattia non glielo permetterà. E non gli permetterà neanche di sapere che suo figlio Mike, incaricato di revisionare le memorie di Barney prima della pubblicazione, per puro caso ha scoperta la preziosa chiave della morte di Boogie, confermando automaticamente la totale innocenza del padre.
Un libro straordinario che ritrae un’epoca oltre che una persona, apparentemente allegro, ma profondamente drammatico nel descrivere, quasi con sfrontatezza, gli oscuri giochi del destino umano.
Racconti di vento e di mare
A cura di Franco Bertone (Einaudi)
Dicono i marinai che sul mare, all’alba, “il vento scrive”.
E forse, chissà, scrive perché qualcuno possa leggere, e raccontare ad altri quelle storie che le onde portano con sé da sempre. Addentrandosi nel mistero e nell’infinito dei mari, Franco Bertone, scrittore, saggista e docente di letteratura italiana all’università di Genova, ci accompagna in un affascinante viaggio in 14 tappe, presentandoci una serie di autori differenti per cultura ed epoca, ma legati tra di loro dalla presenza costante, vera o illusoria che sia, di quella enorme distesa di acque che tanto incantò Ulisse.
Date la diversa provenienza, cultura e personalità degli scrittori, mare e vento si presentano al nostro sguardo osservati da punti di vista diversi, talvolta surreali o persino allucinati. Dalle riflessioni e considerazioni di un gentiluomo e professionista del mare quale era Joseph Conrad alle avventure più fantasiose e audaci di un altro navigante della letteratura e del mondo come Jack London, dai racconti brevi e vagamente onirici di Giorgio Caproni e Giovanni Comisso alle memorie storiche di Giuseppe Garibaldi in un’inedita veste di corsaro e di Cristoforo Colombo impegnato non nella scoperta ma nel difficoltoso viaggio di ritorno, la terra scompare anche ai nostri occhi di lettori, ormai catturati dal temibile ma irresistibile fascino del mare.
Nel nostro splendido viaggio, incontriamo Italo Svevo, con la sua dettagliata descrizione della bora triestina, l’impressionista Paul Gauguin innamorato di Tahiti e trasformato in pescatore, conosciamo la crudeltà dei pirati nelle parole di Arthur Conan Doyle e il mistero delle sirene riveduto dalla penna di Franz Kafka.
Il mare si avverte ma non si vede mai nella fuga notturna di Cesare Pavese tra le colline, la traversata e la terra divengono ossessione negli scritti di Francesco Sartori e di Edmondo De Amicis, la morte in acqua, violenta e dolce al contempo, inizia per gioco nel grottesco racconto di Roald Dahl e assume tinte oscure e gotiche nel suggestivo scenario dipinto da Alfred Doblin, mentre sfugge al dramma della tempesta ma cade nell’incubo di un ignoto regno dell’orrore il protagonista di Edgar Allan Poe.
Bellissime le pagine dei grandi naviganti per scelta di vita, come Joshua Slocum nel suo filosofico e itinerante isolamento, Ernest Shackleton con la cronaca della sua tragica avventura in Antartide, e il temerario cavaliere errante dei mari Bernard Moitessier, primo tra i velisti solitari a completare una regata intorno al mondo, incorruttibile anche nel privarsi volontariamente di ogni mezzo di comunicazione tecnologico. Spaventosi, nella loro veridicità, i naufragi descritti da Corréard e Savigny e da Owen Chase, dove al dramma delle condizioni avverse e delle difficoltà tecniche si affianca, inevitabilmente, l’innata violenza della natura umana. Ma, fortunatamente, qualche volta la sorte è anche propizia e, come possiamo leggere, approdano incolumi sia Paolo di Tarso, forse per grazia divina, che l’ironico Sinesio, la cui tragicomica traversata da Alessandria a Cirene, vaga parodia dell’Odissea, si conclude con il saggio consiglio di evitare, quando possibile, di prendere il mare.
Ma ormai, giunti a questo punto, il mare si sarà fissato per sempre nei nostri pensieri.
Gli invisibili
Doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere o forse un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente.
Nato nel 1935, il poeta, scrittore a artista milanese Nanni Balestrini debutta in letteratura nei primi anni Cinquanta, pubblicando alcune poesie su Mac Espace, la rivista del movimento artistico di Gillo Dorfles, e successivamente, nel 1960, con una raccolta edita da Scheiweller. Storico esponente della neoavanguardia italiana, è tra i fondatori del Gruppo 63, ed è il primo a comporre poesie con un computer IBM. In seguito, sempre sotto il segno dello sperimentalismo, scrive poesie, romanzi, pièces teatrali, ed espone le sue opere nelle maggiori gallerie italiane. Nel 1968, si lascia trascinare dal diffuso spirito di rivolta giovanile, e partecipa alle manifestazioni che coinvolgono tutta l’Italia, influenzando gran parte della sua produzione letteraria.
Pubblicato da Bompiani nel 1987, e riedito diverse volte negli anni Novanta, Gli invisibili è considerato una delle migliori opere narrative dello scrittore/artista milanese e, oltre che la testimonianza di un periodo storico vissuto da vicino, rappresenta un simbolo della letteratura sperimentale. Con la sua scrittura inconfondibile, poetica, costruita a brevi paragrafi, priva di qualsiasi segno di interpunzione e resa nitida da un’iperrealistica ricchezza di dettagli, Nanni Balestrini racconta quella generazione che negli anni Settanta, legalmente o meno, cercò in qualche modo di cambiare il mondo in cui viveva. Una rivoluzione mancata, una battaglia persa in partenza, condotta spesso con mezzi sbagliati, e destinata non solo ad essere soffocata e rinchiusa in cella, ma anche irrimediabilmente sconfitta e cancellata dallo scenario sociale dell’epoca.
Al di là dal giustificare o meno la sovversione politica degli anni Settanta e le conseguenti lotte metropolitane tra gruppi di diverso orientamento, il romanzo, suggestivo ritratto degli anni di piombo, che appaiono in un succedersi di fotogrammi, in parte documentario e in parte allegoria. Paradossalmente, ma non del tutto raro all’epoca, il protagonista non è un attivista politico né un militante terrorista, e viene incarcerato per errore, sottolineando la mancanza di un reale distinzione tra ideologia, contestazione e lotta armata o crimine che dir si voglia. La scena della sommossa nel carcere, con conseguente azione repressiva, guerriglia e distruzione, ci appare ora tanto storica quanto inverosimile, ma la resistenza, se riflettiamo, non si materializza forse nella lotta e nella ribellione, quanto nello sciame di fiammelle finali, scintillanti dalle finestre del carcere che, viste da lontano, appaiono quasi una supplica al non soccombere sotto le macerie di un secolo di illusioni.
Orgoglio e pregiudizio
E’ cosa ormai risaputa che a uno scapolo in possesso di un’ingente fortuna manchi soltanto una moglie.
Figlia di un pastore dello Hampshire, Jane Austen nasce nel 1775 e muore poco più che quarantenne, senza sposarsi e intrattenendo spesso un fitto carteggio con la sorella Cassandra, la quale distruggerà le lettere rendendo impossibile la ricostruzione di un ritratto preciso della scrittrice. I suoi romanzi, divenuti classici della letteratura, restituiscono comunque l’impressione di un elegante anticonformismo e di una sottile ironia, rivolta soprattutto alle convenzioni della borghesia inglese settecentesca e agli stereotipi culturali dell’epoca.
Pubblicato nel 1813 dopo una prima stesura con il titolo di First impression, Pride and prejudice, Orgoglio e pregiudizio, è forse la più celebre tra le opere della scrittrice inglese, e quella dove ella meglio gioca sovrapponendo lo scenario romantico al ritratto della media e alta borghesia con la sua boria, i suoi conflitti di interesse, gli stratagemmi ipocriti e le corse al potere. L’incipit stesso del romanzo, riportato qui sopra, dimostra chiaramente l’ambizione delle ragazze dell’epoca verso un buon matrimonio, spesso sostenute, se non obbligate, dai genitori, desiderosi di collocare le figlie e di non disperdere ma moltiplicare le eventuali eredità.
Tutto questo è ciò che accade, o che dovrebbe accadere, alla famiglia Bennet, le cui cinque figlie vanno avvicinandosi in rapida successione all’età da marito e, se possono contare su di un padre distratto ma sufficientemente ragionevole, trovano dall’altra parte una madre frivola e vanitosa, incapace di dare loro una direzione da seguire. In quest’atmosfera poco edificante, tra feste da ballo e passeggiate, si distinguono la primogenita Jane, desiderosa di farsi una famiglia e seriamente innamorata del gentiluomo Bingley, ed Elizabeth, non bellissima ma attraente e soprattutto intellettualmente brillante, oltre che totalmente contraria sia alle convenzioni sociali che alle decisioni di convenienza, tanto da arrivare persino al rifiutare una proposta di matrimonio ed a scandalizzare l’alta società con il suo comportamento anticonformista e la sua satira acuminata.
Quando, infatti, sulla scena compare il ricchissimo, misterioso e arrogante Darcy, punto di partenza e di arrivo di una serie di relazioni e situazioni pericolose, Elizabeth non ha riguardi nel dimostrargli apertamente tutta la sua antipatia e disapprovazione, tanto a lui stesso quanto verso la sua elevatissima estrazione sociale.
A questo punto verrebbe naturale prendere le parti della coraggiosa fanciulla, ma non lasciamoci trarre in inganno. Il meccanismo di orgoglio e pregiudizio, appunto, che scatta tra i due protagonisti, è reciproco. Entrambi portano in sè i preconcetti dettati dalla differenza di classe, ed entrambi si sentono forti, se non eroici, nella posizione che il destino ha riservato loro. Anzi, ci renderemo infine conto, e se renderà conto anche Elizabeth, che, se lei dimostra onestà e trasparenza ineccepibili, e una lodevole solidarietà verso Jane, Darcy cela dietro un comportamento volutamente presuntuoso una logica ferrea, esatta e determinata e un intuito capace di cogliere situazioni ingannevoli e di trovare la giusta, per quanto apparentemente drastica, soluzione.
Il lieto fine conclusivo, inevitabile, non toglie brillantezza al romanzo, ricco di colpi di scena, di romanticismo e di divertente ironia. La versione cinematografica, a mio parere, nasconde a chi non conosce questo capolavoro la maggior parte di quei dettagli letterari che lo rendono affascinante.



