Un uomo solo
di Christopher Isherwood (Adelphi)
E’ strano, e anche abbastanza sconcertante, che certi capolavori della letteratura, dimenticati da molti e sconosciuti a tanti, ritornino tra i best sellers nel momento in cui a qualcuno viene l’idea di trasferirli sullo schermo. Senza aver nulla da ridire sulla recente opera di Tom Ford credo fermamente che, come accade per ogni trasposizione cinematografica, anche A Single Man non possieda nè il fascino nè la complessa profondità introspettiva e sentimentale del celebre romanzo di Christopher Isherwood, uno scrittore che indubbiamente meritava di essere conosciuto e letto molto prima di vederne ridurre l’opera in un’ora e mezza di proiezione, con tutte le interpretazioni discutibili del caso.
Comunque sia, il romanzo, edito precedentemente da Guanda, è stato ripubblicato da Adelphi proprio in occasione della suo ritorno in classifica, offrendo una nuova possibilità di lettura a chi non lo avesse mai fatto prima.
Sostanzialmente, Un uomo solo è un romanzo sui grandi e insondabili misteri della morte e dell’amore, e la cornice di “sogno americano”, di guerra fredda, di embargo e di cortina di ferro costruisce l’ambiente e, in parte, dimostra i pregiudizi dell’epoca nella loro assurdità quasi sadica ai nostri occhi abituati alla trasgressione. Dedicato all’amico Gore Vidal, il romanzo si ispira alla relazione sentimentale di Isherwood con l’artista Don Bachardy, con il quale visse dagli anni Cinquanta fino alla morte.
Le ventiquattro ore trascorse, pagina dopo pagina, da George, docente universitario piacevolmente intellettuale ed elegantemente narcisista, si svolgono sotto il peso opprimente di una disperazione interiore, celata e distruttiva: la consapevolezza, fin dal risveglio, dell’assenza assoluta di Jim, compagno, convivente e amante, morto in un incidente d’auto. Un’assenza incolmabile, una solitudine dolorosa e struggente che si traduce nel lungo monologo interiore di George, e nei suoi, consapevolmente e forse volutamente inutili, tentativi di rendere più lieve, se non il vuoto, almeno lo scorrere del tempo.
In una dimensione medio/borghese, tipicamente americana, da famiglia solo apparentemente perfetta, seguiamo George passo per passo durante una delle sue “solite” giornate, la visita al campus, la lezione e il rapporto con gli studenti, la visita in ospedale all’amica/rivale in amore Doris, ormai ridotta in fin di vita, i piaceri del corpo, lo sport, la sauna, la cena a casa dell’altra amica Charlotte, a sua volta disperata perché abbandonata dal marito, e il bagno notturno, forse simbolico, nelle onde del Pacifico in compagnia di uno studente un po’ troppo brillante.
Una serie di azioni semplici e quasi insignificanti se spogliate dal contesto, elementi di una quotidianità ripetitiva e priva di elevazioni spirituali, ma che appaiono completamente stravolte dal senso della morte e dell’abbandono percepibili in ogni gesto e parola di George, al di là della connotazione sociale in cui l’essere gay viene considerata una colpa e un disonore. Ma, a differenza di altre opere letterarie che hanno affrontato l’omosessualità, con Un uomo solo, Christopher Isherwood è riuscito a trascendere completamente le barriere della sessualità, e a svelarci, quasi con crudeltà voyeristica, l’effetto lacerante della morte di una persona amata, una frantumazione spirituale irreparabile, della quale tutti, al di là di deviazioni e tendenze, siamo preda. Un capolavoro.
Christopher Isherwood nasce in Inghilterra nel 1904. Studente, incontra W.H. Auden, che diventerà suo amante, amico e compagno nei lunghi viaggi in Cina e America. Celebre è il loro diario di viaggio nella Cina in guerra, una sorta di reportage ironico e drammaticamente divertente, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo di Viaggio in una guerra. Elementi portanti della vita di Isherwood sono la tragressione sessuale sicuramente, ma anche il buddhismo, e le intrecciate amicizie con altri grandi nomi della letteratura: Forster, Maugham, Mann, Huxley, Virginia Woolf. La relazione con Dom Bachardy inizia nel 1953, e proseguirà fino alla morte di Isherwood, avvenuta in California nel 1986.
Il ponte sulla Drina
Giù in basso c’è il ponte demolito, terribilmente, malignamente spezzato nel mezzo. Non ha bisogno di voltarsi (e per nulla al mondo si volterebbe) per scorgere l’intera scena: in fondo il pilastro è tagliato di netto, come un gigantesco tronco, e disperso in migliaia di frammenti tutt’intorno, mentre le arcate a destra e a sinistra sono bruscamente interrotte. In mezzo ad esse s’apre un abisso di una quindicina di metri. E le parti spezzate delle due arcate sembrano tendersi dolorosamente l’una verso l’altra.
Visegrad è una cittadina bosniaca situata al confine con la Serbia, e il suo centro storico sorge nel punto in cui il fiume Rzav confluisce nella Drina. Questa posizione, splendida nel paesaggio, ha resa la città strategicamente importante durante la guerra dei Balcani, ma ha generato nel corso del tempo una singolare armonia di etnie e culture diverse che, per quanto contrastanti, si fondono tra di loro grazie all’elemento per il quale Visegrad è famosa: il magnifico ponte in pietra a 11 arcate che attraversa la Drina, costruito nel 1500 per volere del gran visir Mehmed Pasha Sokolovic.
Consegnato nelle mani dell’Impero Ottomano ancora bambino quale “tributo di sangue”, perché vestisse la divisa da giannizzero, Mehmed si distingue da subito per le sue doti, fino a divenire statista, condottiero e visir al seguito di Solimano il Magnifico. Memore del giorno in cui, all’età di dieci anni, venne trasferito da Visegrad a Instanbul traversando la Drina in piena sopra un instabile traghetto, egli tornerà nella sua città d’origine per avviare la costruzione di quel ponte che diverrà simbolo della città e, sebbene nel secolo scorso più volte spezzato e ricostruito, inattaccabile nel suo ruolo di legame tra popoli e religioni differenti, e spesso sfondo alla loro reciproca violenza.
Nel suo celebre romanzo storico/epico Il ponte sulla Drina, pubblicato dopo la fine della II guerra mondiale, il premio Nobel Ivo Andric, uno tra i più grandi scrittori in lingua serba e tra i maggiori d’Europa, con una prosa spettacolare, costellata di riferimenti leggendari, di scene drammatiche e a volte cruente, di dettagli storici, e ricca di personaggi le cui imprese sfiorano l’eroico e il fantasioso, racconta la storia di Visegrad e dei cambiamenti di scena e confini avvenuti intorno ad essa negli oltre tre secoli in cui, ininterrottamente, il ponte rimase un luogo di incontro stabile tra due nazioni in continuo movimento.
Con la rara particolarità di narrare la storia non in forma di cronaca ma attraverso la vita quotidiana e i sentimenti dei personaggi, lo scrittore ci accompagna nel lungo periodo tra l’Impero Ottomano e l’Austroungarico, fino all’attentato di Sarajevo e alla dichiarazione di guerra alla Serbia, senza mai allontanarsi da Visegrad e dalla sua porta, la terrazza del ponte divenuta il salotto cittadino dove ogni sera qualsiasi barriera etnica, religiosa o politica, si dissolve alla luce del tramonto, trasformando gli abitanti, turchi, serbi, bosniaci, musulmani, ebrei, cristiani che siano, in un unico, armonioso popolo, capace di allearsi per difendere l’opera di Mehmed, regalo incomparabile e di uguale valore per ognuno.
Fin dal drammatico svolgersi della costruzione del ponte, i destini dei personaggi si incrociano, si toccano, si allontanano e si ritrovano nelle loro discendenze a distanza di decenni, vivendo, e condividendo, amore e odio, violenza e vendetta, ingiustizia e allegria, fortuna e sconfitta, con la porta del ponte sempre eretta al suo posto, maestosa e bianca, quasi a dispetto di chi ne vuole fare un presidio militare, un luogo d’esecuzione, un bersaglio. E non per caso, allo scoppio della guerra, quando il ponte viene fatto saltare lasciando l’acqua della Drina a dividere le file di archi spezzati sotto una pioggia di frammenti di pietra, l’imam Alihodza, a cui ormai, come a molti altri, ci siamo inevitabilmente affezionati, morirà sulla strada di casa, gli occhi rivolti al vuoto lasciato da una rottura ormai chiaramente impossibile a saldarsi.
Ivo Andric nasce a Doclac, in Bosnia, e inizia in giovanissima età a scrivere poesie. Arrestato a Spalato dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, durante la prigionia scrive la sua prima opera, Ex Ponto, che pubblicherà dopo il suo rilascio, momento in cui fonda la rivista letteraria Knjizevni jug ed intraprende una lunga carriera diplomatica, interrotta nel 1941 per sua volontà. E’ in questo periodo che scrive Le cronache di Travnik e Il ponte sulla Drina. Riceve il Nobel nel 1961, e muore nel 1982 a Belgrado.
Le città invisibili
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Leggete questa straordinaria opera di Italo Calvino (il quale non ha certo bisogno di presentazioni), e vi renderete conto quanti dettagli apparentemente invisibili del mondo sfuggano alla nostra attenzione, al nostro sguardo e alla nostra memoria. Scritta dal 1964 al 1970 durante il soggiorno a Parigi del grande autore italiano, e pubblicata nel 1972, l’opera, dalla particolare struttura di dialogo alternato ad appunti di viaggio, rivela l’influenza dello strutturalismo francese, oltre a chiari riferimenti filosofici e ad un continuo succedersi di raffinate allegorie.
Il libro è costituito dalla minuziosa descrizione di 55 città dal nome di donna, presentate in percorsi tematici quali la memoria, il desiderio, il cielo, i segni, morti, gli occhi, e intervallate dai dialoghi e dallo scambio di riflessioni tra Marco Polo, il viaggiatore e cronista che racconta i suoi viaggi compiuti attraverso le città, e Kublai Khan, imperatore di un regno tanto esteso da non conoscerne esattamente nè i confini nè i paesaggi. Sappiamo che, inizialmente, Marco Polo non conosce la lingua parlata da Kublai Khan, e si esprime attraverso i gesti, le espressioni, gli oggetti raccolti nel corso dei suoi lunghi viaggi, una comunicazione di certo efficace, ma facile ai fraintendimenti. Poi, lentamente, acquisisce le parole e la forma del discorso, e durante gli ultimi incontri, Kublai Khan, ormai assuefatto a questi periodici resoconti, non noterà come l’instancabile viaggiatore veneziano parli ormai fluentemente la sua stessa lingua.
Personaggio simbolo del viaggio e dell’avventura intesi anche come percorso interiore e sentimentale, Marco Polo ritrae le città visitate non come un osservatore, mercante o turista che sia, qualsiasi, ma attraverso la dettagliata e precisa descrizione di particolari dall’aspetto assurdo, inverosimile, costituenti quella parte, appunto, invisibile che ognuna città possiede. Le città che prendono forma dalle sue narrazioni sono luoghi fantastici ma nello stesso tempo reali, dove l’evoluzione e l’adattamento all’ambiente e alle regole di vita imposte da esso, hanno generato un mondo parallelo, una città nella città che vive di vita propria.
Attraverso il racconto di Marco, le città invisibili si svelano ai nostri occhi, splendide e inquietanti come i labirinti di Escher, e la loro rappresentazione appartiene solamente alla memoria e alla proiezione mentale del narratore: nè a Kublai Khan nè a noi è mai dato modo di “vederle”. Vi è una città sdoppiata dal suo riflesso nell’acqua, un’altra sotterranea e una addirittura sepolta nella terra, un’altra altissima, elevata sopra le nuvole e che non tocca mai terra, ed una sospesa sopra l’abisso con corde e catene. Vi è una città dai palazzi costruiti in vetro trasparente che nasconde una seconda realtà oscura e umida, un villaggio fatto solo di tubature d’acciaio, vasche da bagno e giochi d’acqua, una città che ogni giorno si trasforma in una massa di rifiuti e rinasce nuova fiammante, un’altra i cui abitanti partono continuamente per ricostruire la loro dimora appena oltre i confini della precedente, un’altra che si riproduce continuamente, generando un’infinita serie di città concentriche.
Vi è una città segretamente governata dai morti, una continuamente distrutta da insetti, roditori ed animali estinti, un paese senza inizio nè fine ma solo un’infinita e deserta periferia, una città eternamente costruita e mai ultimata per evitarne la distruzione, un’altra le cui mura e fortezze sono state erette seguendo l’eccelso disegno celeste, ma racchiudono orrendi segreti.
Tra un viaggio e l’altro, appaiono le città immaginate e sognate da Kublai Khan, dove la luna si posa sulle guglie di pietra, o dove il malinconico porto ammette solo le partenze, ma, come gli spiega Marco Polo, mai i ritorni.
E Venezia?, chiederà ad un certo punto l’imperatore. Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo, risponde Marco. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco. Perché, egli afferma, ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.
Dal luogo del sequestro
I colpi alla porta si ripetono, picchiano anche in basso, con la punta degli stivali, con il calcio del fucile. Io non ho mai avuto in mano la chiave di quella porta. Mi tengo inchiodato a questo tavolo, mi stringo a questi fogli. Io non mi muoverò.
Con queste parole inquietanti si chiude Dal luogo del sequestro, romanzo epistolare pubblicato da Fulvio Tomizza pochi anni prima della morte, tanto sorprendente e straordinario quanto spaventoso, e chiunque conosca l’opera dello scrittore e drammaturgo istriano/triestino, Premio Strega 1977 con il pluritradotto La miglior vita, rimane indubbiamente scioccato da questo scritto insolito e sconvolgente.
Nato nel 1935 nel villaggio oggi croato di Materada, e trasferitosi ventenne a Trieste per imposizione del governo jugoslavo, Fulvio Tomizza è noto, sebbene non sufficientemente in Italia, per la Trilogia Istriana, punto di partenza di una lunga opera letteraria di confine, dove il malinconico e bellissimo paesaggio friulano/veneto/istriano diviene sfondo alla nostalgia, al senso di disorientamento e al desiderio del ritorno generati dall’esilio. E in effetti, Fulvio Tomizza ritorna nel paese d’origine per trascorrervi gli ultimi anni di vita, e morire nel 1999.
Questo romanzo crudo e spietato dal finale (o meglio dal non-finale) angosciante e terribile, dove un erotismo esasperato, freddo e sadico si sovrappone ad un’introspezione psicanalitica, e al ritmo serrato e crescente di un thriller, credo sia l’unico di ambientazione tipicamente italiana, addirittura romana, e i luoghi d’origine dell’autore compaiono solo, indefiniti e anonimi, in brevissime frasi. La storia è raccontata dall’io narrante Sergio in due lettere (la seconda “inevasa”) e un tragico post scriptum, nei quali, giunto ormai all’epilogo del dramma che egli stesso ha causato, si rivolge, simbolicamente perché ormai troppo tardi, alla moglie, conscio della propria vana e assurda speranza, così come vano e assurdo era il folle sentimento del quale è divenuto preda.
Sceneggiatore, traduttore, giornalista, Sergio viene invitato dal proprio produttore/amico a Roma per sedurre, almeno virtualmente, un’austera e rigorosa donna la cui influente posizione ministeriale potrebbe procurare i fondi per un film. Il destino perverso vuole che Amalia, la donna detentrice del potere, si riveli incorruttibile sotto ogni aspetto ma, ingenuo come lo sono tutti i romantici conquistatori, Sergio si lascia a sua volta sedurre dalla sorella Rosarita, vedova nevrotica, inconsolabile e al contempo torbidamente affascinante e spettacolare nella voracità affettiva e sessuala. Non innamorato, ma avvinto dalle catene degli amplessi con cui la compiacente vedova, a dispetto dell’appartenenza ad un ricco casato siciliano, lo cinge, Sergio rimane per giorni sull’orlo dell’indecisione tra l’avventurosa vacanza romana e la relativa tranquillità di famiglia, scegliendo infine la seconda che, per quanto frammentata dai continui e reciproci tradimenti, gli infonde maggior sicurezza.
In un successivo incontro veneziano con le due sorelle, Amalia rivela a Sergio il male incurabile di Rosarita, la quale a sua volta confessa di avere resa nota la loro relazione sia alla sorella che ad un cugino siciliano innamorato di lei da sempre e mai corrisposto. Due rivelazioni significative e oscure alle quali Sergio, con wertheriana innocenza, non dà peso, al punto che, successivamente informato della morte di Rosarita, si precipita dapprima a Roma, dove giunge a funerale ormai finito, e quindi in Sicilia, sperando di assistere almeno alla sepoltura dell’amante perduta per sempre. E a questo punto la narrazione assume le tinte del thriller psicologico e del romanzo gotico, sconfinando in un’atmosfera d’angoscia e di orrore degna di Allan Poe.
Invitato a passare la notte in Sicilia, Fulvio si ritrova prigioniero del misterioso cugino/innamorato Gaetano, il quale adduce al “sequestro” il fine difensivo nei confronti dei parenti del marito di Rosarita, che sicuramente vendicherebbero la vedova “disonorata”. Dopo avere chiesto di scrivere alla moglie una lettera dal luogo del sequestro per raccontarle l’incredibile e orrenda avventura, Fulvio scoprirà di essere caduto nella trappola della triplice vendetta, i cui risvolti macabri si dimostreranno profondamente “siciliani”, non solo di Amalia e Gaetano e della loro ambigua gelosia, ma della stessa amante defunta.
Traetemi fuori da questo sogno orrendo, supplica nel post scriptum, inducendo il lettore a sperare che si tratti veramente di un incubo dal quale il protagonista si sveglierà nell’ultima pagina. Ma non è così. La vendetta, terribile come una sentenza di morte. ormai dovrà seguire il suo corso, implacabile. Eccezionale.
Il peso del corpo
L’automobile passò per la terza volta, con la radio a tutto volume. Un gruppo di ragazzi del quartiere che si faceva un giro per le strade. Nathan ne immaginava le facce, i gomiti che sporgevano dai finestrini, le sigarette in bocca. Giravano senza meta, avrebbero potuto andare in centro, su a nord, ovunque.
Ehud Havazelet, è nato a Gerusalemme nel 1955 e vive in Oregon, dove insegna scrittura creativa. Affermato autore di due raccolte di racconti, ha esordito con questo suo primo romanzo, Il peso del corpo, definito una delle più significative opere del terzo millennio legate al dramma della Shoah trattandola, come vi accorgerete leggendolo, in maniera del tutto inedita.
E’ evidente che la famiglia di Sol Mirsky, una delle figure più inquietanti e affascinanti tra i protagonisti del romanzo, arranchi ormai in una disfatta esistenziale e irrimediabile, dovuta forse in parte alla memoria della Shoah, della quale Sol è un sopravvissuto, e in parte al successivo trapianto in America, con le dovute difficoltà di adattamento e integrazione. In questa atmosfera di doloroso disincanto e angosciante nostalgia, andare alla deriva sembra quasi inevitabile, ma Sol Mirsky, oppresso da un obbligato destino di sopravvissuto che lo ha reso rabbioso, disperato e confuso, passa le ore libere a raccogliere e archiviare i ricordi dei compagni di prigionia scomparsi, e sembra non rendersi conto di come la sua famiglia, apparentemente così americana e perfetta, si sia irrimediabilmente frantumata.
Perché Daniel, il figlio prediletto, brillante studente universitario e audace contestatore, ha lasciato l’università e si è perso nei labirinti della droga, mentre il fratello Nathan, medico poco convinto e traditore recidivo e violento della propria compagna, cerca la verità nell’alcool e in una discutibile psicanalisi. Gli anni, comunque, uno dopo l’altro passano, e un giorno Nathan riceve la notizia della morte del fratello, avvenuta apparentemente in uno scontro a fuoco tra bande rivali, in una squallida periferia metropolitana. A questo punto, come per seguire una sorta di rivelazione, egli lascia tutto e tutti, e insieme all’ormai anziano Sol, parte verso la riva del Pacifico, alla ricerca della verità su questa dubbia morte. Un viaggio forse più interiore che reale, spezzato dalle allucinazioni/flashback di Sol, che rivede il villaggio della sua infanzia e le immagini di morte del campo di sterminio, e condiviso ad un certo punto con Abby e Ben, l’amante, ex tossicodipendente, e il figlio adottivo di Daniel, dei quali il padre e il fratello ignoravano l’esistenza.
Personaggi certamente differenti, ma uniti nel profondo dalla morte e dalla tragedia, dalla perdita di una persona a loro legata e dal tenebroso ricordo della storia. Simbolo supremo della memoria, ma anche promessa di rinascita, le ceneri, che in questo caso appartengono a Daniel, e la loro leggerezza a rappresentare il peso di ciò che lui era, costringeranno coloro che sono ancora vivi, il padre, il fratello, l’amante, il figlio adottivo, a ritrovarsi, e a proseguire insieme.
La coscienza di Zeno
Fui accompagnato tutta la notte da un ferreo proposito. Sarei stato sincero con Carla prima di farla mia e le avrei detta l’intera verità sui miei rapporti con Augusta. Nella mia solitudine mi misi a ridere: era molto originale andare alla conquista di una donna con in bocca la dichiarazione d’amore per un’altra.
Aron Hector Schmitz, di nazionalità austriaca e di origine ebraica, nasce a Trieste nel 1861, quando la città friulana, inserita nell’impero astroungarico, rappresentava un eccezionale punto d’incontro di etnie e culture, un policromo e affascinante alternarsi di armonia e di conflitto. Un’atmosfera originale, inevitabilmente trasmessa dai romanzi di Schmitz, firmati con il nome d’arte di Italo Svevo, il quale, dopo la pubblicazione, a fine ‘800, di Una vita e Senilità, passati quasi inosservati dalla critica, rimane in silenzio per oltre vent’anni prima di comporre il suo capolavoro, La coscienza di Zeno, che riceverà i complimenti di Eugenio Montale. L’amicizia con James Joyce, allora residente a Trieste, contribuì a diffondere l’opera di Italo Svevo anche oltreconfine.
Redatto in forma di diario personale, con una forte introspezione filosofica e psicoanalitica dovuta anche all’influenza che Sigmund Freud ebbe su Italo Svevo, il romanzo rappresenta la storia di Zeno Cosini, io narrante e alterego dell’autore, il quale inizia a scrivere di sè stesso dietro suggerimento del proprio psicanalista. Questo misterioso personaggio compare unicamente come autore della prefazione, firmata Dottor S., in cui dichiara come, a seguito dell’improvvisa interruzione della terapia da parte di Zeno Cosino, egli avesse deciso di farne pubblicare il diario rimasto in suo possesso, per vendetta e sperando che gli dispiaccia.
A questo punto ha inizio la lunga e complessa biografia di Zeno, in cui egli ripercorre i momenti e le situazioni più significative della sua vita: la morte del padre, i continui tentativi, totalmente privi di volontà, di liberarsi del vizio del fumo, le contrastate relazioni con le donne, le infatuazioni molteplici e il conseguente matrimonio deciso quasi per vendetta, la vita coniugale frammentata tra moglie e amanti, le avventure commerciali in società con il cognato, il fallimento della psicanalisi con la conclusione che, in fondo, la vita non è nè brutta nè bella ma originale, ma soprattutto è una malattia, incurabile, inguaribile e inevitabilmente mortale.
Mirabile ritratto non solo di una persona ma dell’ambiguità stessa della natura umana, del pericolo degli intrecci affettivi, delle affinità e delle dipendenze a cui ognuno è soggetto, dei contrasti interiori talvolta irrisolvibili, o risolvibili per vie errate, Zeno appare come un uomo non troppo estroverso ma sufficientemente brillante, a suo modo romantico e passionale, sicuramente sognatore, vagamente idealista, spesso attraversato da buone intenzioni che poi non riesce a mettere in atto fino in fondo, e continuamente orientato verso direzioni opposte che, per mancanza di volontà o di intenzione di scelta, segue contemporaneamente in maniera alternata. E così, oltre a sperimentare i più contorti e fallimentari sistemi per smettere di fumare scoprendo di non averne affatto l’intenzione, Zeno corteggia le due sorelle Ada e Alberta e ne chiede in sposa la terza, Augusta, quasi per reazione dopo essere stato rifiutato da entrambe. Costruisce, nonostante tutto, una famiglia serena e felice, ma tradisce la moglie con maniacale continuità, reso forte dal fermo proposito che ogni volta sia l’ultima, per poi perseverare nuovamente nel tradimento proprio per effetto di questa convinzione.
Nonostante i momenti di malinconia, disperazione e angoscia, e le crisi ipocondriache cui è soggetto, Zeno non è affatto fragile o insicuro, e addirittura nei momenti veramente drammatici, come i fallimenti economici o il suicidio del cognato Guido, marito della bella Ada, primo e incorrisposto amore, rivela una lucidità e una calma incrollabili, derivanti dalla raggiunta constatazione filosofica che non vale mai la pena di prendersela per una sconfitta in quanto la vita può riservarci sempre sorprese inaspettate. Il diario si chiude sul preludio, quasi farsesco, della grande guerra, e con la conclusione che, in fondo, il mondo è destinato a distruggersi per sua stessa mano. Leggetelo, e scoprirete ancora una volta come i grandi capolavori si riadattino ad ogni epoca. Un particolare da non lasciarsi sfuggire: Trieste, splendida, è percepibile, come una presenza viva.







