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classic literature » La Stanza dei Libri di Elisa

   

Gli invisibili

Written by elisa - on Friday, August 20, 2010

di Nanni Balestrini

Doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere o forse un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente.

Nato nel 1935, il poeta, scrittore a artista milanese Nanni Balestrini debutta in letteratura nei primi anni Cinquanta, pubblicando alcune poesie su Mac Espace, la rivista del movimento artistico di Gillo Dorfles, e successivamente, nel 1960, con una raccolta edita da Scheiweller. Storico esponente della neoavanguardia italiana, è tra i fondatori del Gruppo 63, ed è il primo a comporre poesie con un computer IBM. In seguito, sempre sotto il segno dello sperimentalismo, scrive poesie, romanzi, pièces teatrali, ed espone le sue opere nelle maggiori gallerie italiane. Nel 1968, si lascia trascinare dal diffuso spirito di rivolta giovanile, e partecipa alle manifestazioni che coinvolgono tutta l’Italia, influenzando gran parte della sua produzione letteraria.

Pubblicato da Bompiani nel 1987, e riedito diverse volte negli anni Novanta, Gli invisibili è considerato una delle migliori opere narrative dello scrittore/artista milanese e, oltre che la testimonianza di un periodo storico vissuto da vicino, rappresenta un simbolo della letteratura sperimentale. Con la sua scrittura inconfondibile, poetica, costruita a brevi paragrafi, priva di qualsiasi segno di interpunzione e resa nitida da un’iperrealistica ricchezza di dettagli, Nanni Balestrini racconta quella generazione che negli anni Settanta, legalmente o meno, cercò in qualche modo di cambiare il mondo in cui viveva. Una rivoluzione mancata, una battaglia persa in partenza, condotta spesso con mezzi sbagliati, e destinata non solo ad essere soffocata e rinchiusa in cella, ma anche irrimediabilmente sconfitta e cancellata dallo scenario sociale dell’epoca.

Al di là dal giustificare o meno la sovversione politica degli anni Settanta e le conseguenti lotte metropolitane tra gruppi di diverso orientamento, il romanzo, suggestivo ritratto degli anni di piombo, che appaiono in un succedersi di fotogrammi, in parte documentario e in parte allegoria. Paradossalmente, ma non del tutto raro all’epoca, il protagonista non è un attivista politico né un militante terrorista, e viene incarcerato per errore, sottolineando la mancanza di un reale distinzione tra ideologia, contestazione e lotta armata o crimine che dir si voglia. La scena della sommossa nel carcere, con conseguente azione repressiva, guerriglia e distruzione, ci appare ora tanto storica quanto inverosimile, ma la resistenza, se riflettiamo, non si materializza forse nella lotta e nella ribellione, quanto nello sciame di fiammelle finali, scintillanti dalle finestre del carcere che, viste da lontano, appaiono quasi una supplica al non soccombere sotto le macerie di un secolo di illusioni.

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Orgoglio e pregiudizio

Written by elisa - on Wednesday, August 18, 2010

di Jane Austen (Mondadori)

E’ cosa ormai risaputa che a uno scapolo in possesso di un’ingente fortuna manchi soltanto una moglie.

Figlia di un pastore dello Hampshire, Jane Austen nasce nel 1775 e muore poco più che quarantenne, senza sposarsi e intrattenendo spesso un fitto carteggio con la sorella Cassandra, la quale distruggerà le lettere rendendo impossibile la ricostruzione di un ritratto preciso della scrittrice. I suoi romanzi, divenuti classici della letteratura, restituiscono comunque l’impressione di un elegante anticonformismo e di una sottile ironia, rivolta soprattutto alle convenzioni della borghesia inglese settecentesca e agli stereotipi culturali dell’epoca.

Pubblicato nel 1813 dopo una prima stesura con il titolo di First impression, Pride and prejudice, Orgoglio e pregiudizio, è forse la più celebre tra le opere della scrittrice inglese, e quella dove ella meglio gioca sovrapponendo lo scenario romantico al ritratto della media e alta borghesia con la sua boria, i suoi conflitti di interesse, gli stratagemmi ipocriti e le corse al potere. L’incipit stesso del romanzo, riportato qui sopra, dimostra chiaramente l’ambizione delle ragazze dell’epoca verso un buon matrimonio, spesso sostenute, se non obbligate, dai genitori, desiderosi di collocare le figlie e di non disperdere ma moltiplicare le eventuali eredità.

Tutto questo è ciò che accade, o che dovrebbe accadere, alla famiglia Bennet, le cui cinque figlie vanno avvicinandosi in rapida successione all’età da marito e, se possono contare su di un padre distratto ma sufficientemente ragionevole, trovano dall’altra parte una madre frivola e vanitosa, incapace di dare loro una direzione da seguire. In quest’atmosfera poco edificante, tra feste da ballo e passeggiate, si distinguono la primogenita Jane, desiderosa di farsi una famiglia e seriamente innamorata del gentiluomo Bingley, ed Elizabeth, non bellissima ma attraente e soprattutto intellettualmente brillante, oltre che totalmente contraria sia alle convenzioni sociali che alle decisioni di convenienza, tanto da arrivare persino al rifiutare una proposta di matrimonio ed a scandalizzare l’alta società con il suo comportamento anticonformista e la sua satira acuminata.

Quando, infatti, sulla scena compare il ricchissimo, misterioso e arrogante Darcy, punto di partenza e di arrivo di una serie di relazioni e situazioni pericolose, Elizabeth non ha riguardi nel dimostrargli apertamente tutta la sua antipatia e disapprovazione, tanto a lui stesso quanto verso la sua elevatissima estrazione sociale.

A questo punto verrebbe naturale prendere le parti della coraggiosa fanciulla, ma non lasciamoci trarre in inganno. Il meccanismo di orgoglio e pregiudizio, appunto, che scatta tra i due protagonisti, è reciproco. Entrambi portano in sè i preconcetti dettati dalla differenza di classe, ed entrambi si sentono forti, se non eroici, nella posizione che il destino ha riservato loro. Anzi, ci renderemo infine conto, e se renderà conto anche Elizabeth, che, se lei dimostra onestà e trasparenza ineccepibili, e una lodevole solidarietà verso Jane, Darcy cela dietro un comportamento volutamente presuntuoso una logica ferrea, esatta e determinata e un intuito capace di cogliere situazioni ingannevoli e di trovare la giusta, per quanto apparentemente drastica, soluzione.

Il lieto fine conclusivo, inevitabile, non toglie brillantezza al romanzo, ricco di colpi di scena, di romanticismo e di divertente ironia. La versione cinematografica, a mio parere, nasconde a chi non conosce questo capolavoro la maggior parte di quei dettagli letterari che lo rendono affascinante.

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Frammenti di un discorso amoroso

Written by elisa - on Sunday, July 11, 2010

di Roland Barthes (Einaudi)

Nato nel 1915 in Normandia e morto in un incidente stradale a Parigi nel 1980, Roland Barthes è stato un linguista, semiologo, saggista e critico letterario, tra i maggiori esponenti della nouvelle critique, considerato uno dei protagonisti più interessanti del mondo intellettuale francese degli anni 50-70. E’ autore di una grande quantità di saggi e riflessioni dove affronta il concetto della parola e del segno sotto ogni aspetto, compresi quello sociale e psicanalitico, spesso attraverso l’analisi critica dei testi di grandi autori, da Marx a Brecht, da Sade a Racine. Una sorta di ricerca estetica in cui la lettura, ma anche la scrittura, l’immagine, la fotografia, si rivelano gli strumenti ideali per scoprire l’inquietante bellezza dell’esistenza.

Pubblicato nel 1977, Frammenti di un discorso amoroso, una delle sue opere più note e più citate, non è un manuale per innamorati né un libro che parla “d’amore” nel senso in cui noi generalmente lo intendiamo. Strutturato appunto in frammenti, il discorso di Barthes è la scomposizione di quello che gli innamorati, indipendentemente dal sesso e dalle tendenze, dicono o vorrebbero dire, decostruito in 80 figure caratteristiche del sentimento romantico, da abbraccio ad angoscia, da esilio a gelosia, da lettera a ricordo e così via, riordinate in ordine alfabetico sotto forma di saggio. In questo insolito dizionario, la cui lettura può essere effettuata casualmente data la natura casuale in cui le situazioni si manifestano nel contesto amoroso, l’autore, trasformandosi nella voce di ogni innamorato, passa da un soggetto all’altro senza un criterio prestabilito, con una serie di annotazioni di lunghezza variabile: riferimenti taoisti e zen, introspezioni psicanalitiche, citazioni della filosofia classica e della letteratura romantica, conversazioni, ricordi intimi e note autobiografiche. Ciò che traspare da questa “semiologia” dell’amore sono la somiglianza di questo contrastato sentimento con l’essenza della filosofia, poiché in entrambi la coerenza si scontra con il dubbio, e l’autoemarginazione di cui l’innamorato è vittima in quanto, come era accaduto al Werther goethiano, isolato dal mondo a causa del suo desiderio dell’altro, vive in una realtà allucinata e sconfinante nella follia.

Un desiderio che, oltretutto, rimarrà eternamente insoddisfatto, in quanto l’altro, l’amato, in realtà non esiste, ma è la sua assenza e la sua rievocazione a generare un’ossessiva bramosia che assume il valore di un sacrificio, di un annullarsi autodistruttivo nei confronti dell’oggetto desiderato, spesso ignaro di tutto questo. E anche l’innamorato simbolico di Barthes con il suo discorso non fa altro se non parlare a sé stesso, in un monologo dove le parole possiedono quella forza immensa che è propria solo dell’amore.

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Il ballo del conte d’Orgel

Written by elisa - on Saturday, April 24, 2010

di Raymond Radiguet (Sellerio)

Madame d’Orgel si era illusa di poter imprimere liberamente alla sua predilezione per François il senso che voleva lei. Così come aveva combattuto meno il sentimento che non il timore di chiamarlo col suo vero nome.

Per quanto si dimostri forte e profondo, questo sentimento che Mahaut d’Orgel, la giovane moglie del Conte d’Orgel, prova nei confronti di François de Séryeuse, amico del marito e assiduo frequentatore del “salotto” aristocratico e mondano degli Orgel, rimarrà sospeso nell’aria e non si manifesterà mai apertamente, nello stesso modo in cui il magnifico ballo che dà il titolo al romanzo non avverrà sotto i nostri occhi di lettori, limitandosi ad essere un progetto.

Scritto da Raymond Radiguet poco prima di morire, infatti il ventenne scrittore amico di Cocteau e già autore dell’acclamato e discusso Il diavolo in corpo non sopravviverà fino alla stampa, Il ballo del conte d’Orgel rivela, oltre la bellezza drammatica del racconto, una dettagliata analisi psicologica dell’innamoramento in ogni sua fase. Sebbene, al contrario del precedente capolavoro di Radiguet, non vi siano elementi e scene esplicitamente erotici, il sentimento che, dopo l’immediatezza del primo sguardo, si instaura silenziosamente tra Mahaut e François, ha in sè l’irresistibile potenza dell’attrazione, il senso del proibito, la consapevolezza della possibilità, e la subdola, anche se non peccaminosa, arte della menzogna.

In realtà, Mahaut e il conte Anne d’Orgel sono una coppia apparentemente felice, ma che ha fatto di questa apparenza una piacevole abitudine, tanto da dare l’impressione di essere legati da un amore inattaccabile, e forse di crederlo loro stessi. Nel momento in cui François, incoraggiato peraltro dal conte, si avvicina a Mahaut, immediatamente divampa tra di loro la fiamma dell’amore ma. per dovere d’amicizia da parte di lui e coniugale da parte di lei, nessuno dei due oserà dichiararsi o andare oltre, almeno pubblicamente, alla leggerezza del sottinteso.

Una leggerezza che comunque non eviterà a François e Mahaut né la sorpresa, né lo smarrimento, né il completo stravolgersi della loro esistenza o, forse, il rendersi conto di una realtà che entrambi credevano di saper ignorare. Un romanzo splendido, scritto nella prosa volutamente essenziale di Radiguet, capace come sempre, nonostante la giovanissima età, di addentrarsi nei lati più oscuri del sentimento umano.

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Il campo 29

Written by elisa - on Friday, April 16, 2010

di Sergio Antonielli (IBSN) – Aprile 2010

L’ufficiale inglese chiamava i nomi uno per uno, sotto la pioggia. Non più numeri: nomi e cognomi e ogni volta pareva che s’inchinasse.

Premetto: non mi addentrerò nei dettagli politici che possono essere colti in quest’opera come in tutta la letteratura del Novecento a sfondo biografico/storico, ma ai più coinvolgenti aspetti narrativi, filosofici e sociali che essa trasmette. Scritto nel 1947, come afferma l’autore stesso in prefazione, in un periodo piuttosto breve, Il campo 29, romanzo/diario involontariamente neorealista e difficilmente classificabile in un genere preciso, riscosse un notevole successo già da inedito, e ricevette il premio Bagutta nel 1950.

Per raccontare l’esperienza dei 4 anni trascorsi in un campo di prigionia inglese allestito in India, Sergio Antonielli decise di inventarsi un alter ego letterario e di esprimersi in terza persona, evitando l’eccessiva drammaticità della memoria personale e trasferendo la realtà nello scenario piacevolmente narrativo di Massimo Venturi, protagonista e indiretto io narrante del racconto.

La particolarità del libro, oltre alla forza descrittiva che ritrae con maestria personaggi, ambienti e paesaggi, sta nell’affrontare il tema della guerra non nella sua sensazionalistica epicità, ma a battaglia avvenuta e perduta, osservata dal punto di vista di quegli italiani che, giunti in Africa un po’ da idealisti, un po’ da avventurieri e un po’ da sognatori, non trovarono nè morte nè gloria, ma lo squallido epilogo di una prigionia insignificante e noiosa e, proprio per questo, struggente.

Il campo in cui Massimo, Paolo, Diego e gli altri vengono rinchiusi, non è mirato allo sterminio. Collocato in una regione indiana affascinante e climaticamente accettabile, offre loro, nei limiti del contesto, un’esistenza discreta. Hanno a disposizione una mensa, un bar, un circolo, una chiesa, un ospedale, possono scrivere poesie, dipingere, riunirsi a discorrere di storia e letteratura, persino organizzare escursioni in montagna. Tra di loro nascono piccoli gruppi culturali, i più arditi e creativi si dilettano nel teatro, dando vita a compagnie di attori con tanto di registi, costumisti e pubblico pagante.

La vita, insomma, sembra sopportabile. Ma a consumare lentamente i prigionieri nella mente e nel fisico, tanto che due anni dopo gli ultimi arrivati vedranno con orrore su di sé gli stessi effetti notati in chi li aveva preceduti, è proprio questo senso di tedio apparentemente innocuo, di oblio sottile e insinuante, la presenza di una rete che comunque li rinchiude e li isola dal resto del mondo, dalla possibilità di progettare, crescere, incontrare, progredire. La promiscuità obbligata li rende deboli e facili alla trasgressione, l’antagonismo di ideali provoca una rivalità subdola e sleale, chi aveva una famiglia sa che potrebbe non ritrovare più le stesse persone lasciate da anni, chi era solo vede dileguarsi nel nulla gli anni più belli.

Privata del valore eroico, la prigionia si rivela nei suoi aspetti di costrizione, di nostalgia, di tristezza, di abbandono, di un’apatia tale da rendere improbabile persino il suicidio. E, soprattutto, al di là di ogni possibile motivazione storica o politica, la privazione della libertà e dell’identità appaiono in questo racconto, peraltro bellissimo, in tutto il loro macabro effetto di devastazione.

Nato a Roma nel 1920, Sergio Antonielli, scrittore, saggista e critico letterario, viene fatto prigioniero nel 1942 ad El Alamein, e trascorre 4 anni in uno dei campi allestiti dagli inglesi nel Punjab, ai piedi dell’Himalaya. Ritornato in Italia si trasferirà a Monza, dove per 20 anni esercita l’attività di insegnante, e successivamene a Milano, dedicandosi interamente alla letteratura e alla critica.

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Il ponte sulla Drina

Written by elisa - on Saturday, February 27, 2010

di Ivo Andric (Mondadori)

Giù in basso c’è il ponte demolito, terribilmente, malignamente spezzato nel mezzo. Non ha bisogno di voltarsi (e per nulla al mondo si volterebbe) per scorgere l’intera scena: in fondo il pilastro è tagliato di netto, come un gigantesco tronco, e disperso in migliaia di frammenti tutt’intorno, mentre le arcate a destra e a sinistra sono bruscamente interrotte. In mezzo ad esse s’apre un abisso di una quindicina di metri. E le parti spezzate delle due arcate sembrano tendersi dolorosamente l’una verso l’altra.

Visegrad è una cittadina bosniaca situata al confine con la Serbia, e il suo centro storico sorge nel punto in cui il fiume Rzav confluisce nella Drina. Questa posizione, splendida nel paesaggio, ha resa la città strategicamente importante durante la guerra dei Balcani, ma ha generato nel corso del tempo una singolare armonia di etnie e culture diverse che, per quanto contrastanti, si fondono tra di loro grazie all’elemento per il quale Visegrad è famosa: il magnifico ponte in pietra a 11 arcate che attraversa la Drina, costruito nel 1500 per volere del gran visir Mehmed Pasha Sokolovic.

Consegnato nelle mani dell’Impero Ottomano ancora bambino quale “tributo di sangue”, perché vestisse la divisa da giannizzero, Mehmed si distingue da subito per le sue doti, fino a divenire statista, condottiero e visir al seguito di Solimano il Magnifico. Memore del giorno in cui, all’età di dieci anni, venne trasferito da Visegrad a Instanbul traversando la Drina in piena sopra un instabile traghetto, egli tornerà nella sua città d’origine per avviare la costruzione di quel ponte che diverrà simbolo della città e, sebbene nel secolo scorso più volte spezzato e ricostruito, inattaccabile nel suo ruolo di legame tra popoli e religioni differenti, e spesso sfondo alla loro reciproca violenza.

Nel suo celebre romanzo storico/epico Il ponte sulla Drina, pubblicato dopo la fine della II guerra mondiale, il premio Nobel Ivo Andric, uno tra i più grandi scrittori in lingua serba e tra i maggiori d’Europa, con una prosa spettacolare, costellata di riferimenti leggendari, di scene drammatiche e a volte cruente, di dettagli storici, e ricca di personaggi le cui imprese sfiorano l’eroico e il fantasioso, racconta la storia di Visegrad e dei cambiamenti di scena e confini avvenuti intorno ad essa negli oltre tre secoli in cui, ininterrottamente, il ponte rimase un luogo di incontro stabile tra due nazioni in continuo movimento.

Con la rara particolarità di narrare la storia non in forma di cronaca ma attraverso la vita quotidiana e i sentimenti dei personaggi, lo scrittore ci accompagna nel lungo periodo tra l’Impero Ottomano e l’Austroungarico, fino all’attentato di Sarajevo e alla dichiarazione di guerra alla Serbia, senza mai allontanarsi da Visegrad e dalla sua porta, la terrazza del ponte divenuta il salotto cittadino dove ogni sera qualsiasi barriera etnica, religiosa o politica, si dissolve alla luce del tramonto, trasformando gli abitanti, turchi, serbi, bosniaci, musulmani, ebrei, cristiani che siano, in un unico, armonioso popolo, capace di allearsi per difendere l’opera di Mehmed, regalo incomparabile e di uguale valore per ognuno.

Fin dal drammatico svolgersi della costruzione del ponte, i destini dei personaggi si incrociano, si toccano, si allontanano e si ritrovano nelle loro discendenze a distanza di decenni, vivendo, e condividendo, amore e odio, violenza e vendetta, ingiustizia e allegria, fortuna e sconfitta, con la porta del ponte sempre eretta al suo posto, maestosa e bianca, quasi a dispetto di chi ne vuole fare un presidio militare, un luogo d’esecuzione, un bersaglio. E non per caso, allo scoppio della guerra, quando il ponte viene fatto saltare lasciando l’acqua della Drina a dividere le file di archi spezzati sotto una pioggia di frammenti di pietra, l’imam Alihodza, a cui ormai, come a molti altri, ci siamo inevitabilmente affezionati, morirà sulla strada di casa, gli occhi rivolti al vuoto lasciato da una rottura ormai chiaramente impossibile a saldarsi.

Ivo Andric nasce a Doclac, in Bosnia, e inizia in giovanissima età a scrivere poesie. Arrestato a Spalato dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, durante la prigionia scrive la sua prima opera, Ex Ponto, che pubblicherà dopo il suo rilascio, momento in cui fonda la rivista letteraria Knjizevni jug ed intraprende una lunga carriera diplomatica, interrotta nel 1941 per sua volontà. E’ in questo periodo che scrive Le cronache di Travnik e Il ponte sulla Drina. Riceve il Nobel nel 1961, e muore nel 1982 a Belgrado.

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Lady Chatterly’s lover

Written by elisa - on Saturday, February 13, 2010

di D.H. Lawrence (Penguin Classics Books) – Febbraio 2010

Se proprio dobbiamo leggere sull’amore, che sia un capolavoro.

E, forse, non esiste tra i classici della letteratura alcuna opera comparabile a L’amante di Lady Chatterly, il contestato, incompreso e splendido romanzo del grande autore inglese David Herbert Lawrence. Nato nel 1885 a Eastwood, Lawrence esercitò per diversi anni la professione di insegnante, prima di dedicarsi totalmente alla letteratura, un’esperienza dalla quale talvolta trasse ispirazione per i personaggi dei suoi romanzi. Nel 1907 pubblica il primo racconto con la firma di Jessie Chambers, e dopo il matrimonio con la ricca nobildonna tedesca Frieda Von Richtofen, già divorziata, inizia a viaggiare attraverso tutti i paesi del mondo, tra cui l’Italia. Ed è proprio in Italia, a Firenze, dove viene pubblicato nel 1928 il suo undicesimo romanzo, L’amante di Lady Chatterly, per il quale sembra aver tratto ispirazione dalla relazione avvenuta tra la propria moglie e un ufficiale italiano, che diverrà poi il terzo marito di Frieda.

Ambientato nelle campagne delle Midlands, il romanzo narra la storia di Connie Chatterly, signora giovane e ricca, che all’improvviso si trova costretta a dover assistere il marito ritornato invalido dalla seconda guerra mondiale. Intelligente, vivace, piacevolmente intellettuale, Connie assume con responsabilità e determinazione la propria responsabilità, ma la sua sensualità allegra e romantica inevitabilmente risente di una vita divenuta monotona, priva di emozioni e quasi solitaria, con l’unica compagnia del marito, reso egoista e apatico dall’incidente.

Poi, un giorno, durante una passeggiata tra i boschi, Connie incontra il solitario e taciturno guardiacaccia Mellors, e rimane immediatamente catturata sia dal suo fisico scattante, felino, selvaggio, quanto dai suoi modi istintivi e diretti, totalmente diversi da quelli del marito. Come era prevedibile, tra Connie e Mellors scoppia una passione inarrestabile, violenta e divampante, prevalentemente fisica e sessuale, ma questo aspetto predominante non la svalorizza affatto, bensì diviene fondamenta e forza di coesione di un amore profondo e totale.

Con una sensibilità eccezionale, calandosi nei labirinti interiori sia maschili che femminili, Lawrence analizza e descrive l’attrazione fisica e le esperienze erotiche della coppia, tanto da rendere il romanzo un vero classico dell’erotismo, ma soprattutto evidenzia il loro coraggio di contrastare la società ipocrita e borghese dell’epoca, di abbattere le barriere del pregiudizio  e di dare alla donna la libertà di agire senza intaccare minimamente la propria dignità. Il sesso e la passione, fulcro della relazione di Connie e Mellors, divengono esperienza di ricerca e di arricchimento reciproco, arma di difesa contro la falsità del perbenismo, e sublime espressione dell’amore.

Il sentimento, secondo Lawrence, non può scindersi dalla fisicità e, se privato della totale libertà del desiderio sessuale, rimane incompleto e destinato a fallire. Nel momento in cui Connie rimane incinta, lascia il marito e si trasferisce in Scozia, dove attenderà Mellors, partito in cerca di lavoro. Connie Chatterly, generata dall’idea dell’autore riguardo all’importanza che la donna assume nella vita di ogni uomo, con la sua forza di carattere e il suo coraggio di lasciarsi trasportare dall’amore per il proprio compagno, rappresenta inoltre uno dei primi ritratti dell’ideologia femminista. Prima che venisse intaccata dalla politica, ovviamente.

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La luna è tramontata

Written by elisa - on Sunday, January 17, 2010

di John Steinbeck (Mondadori)

“La parola esatta è ‘dipartita’, non morte. Hai già fatto questo errore. Hai fatto questo errore quarantesei anni fa”.
“No, è ‘morte’. E’ morte”. Orden si guardò intorno e vide il colonnello Lanser che lo osservava. Gli chiese: “Non è morte?”
Il colonnello Lanser disse: “E’: ‘immediatamente dopo la mia dipartita’”.
Il dottor Winter insistette: “Vedi, siamo in due contro uno. ‘Dipartita’ è il termine esatto. E’ lo stesso errore che hai già commesso”.

John Steinbeck scrisse La luna è tramontata nel 1942, ed è l’unico romanzo in cui il grande scrittore di Salinas affronta il tema della guerra, dedicando questa storia drammatica e breve, dalle sfumature vagamente surreali, al tema della Resistenza. Per questa ragione, il romanzo riscosse grande successo soprattutto in Italia, dove venne pubblicato per la prima volta a Brescia nella significativa data del 25 aprile 1945.

Unica scena di tutta la storia è un paese non identificabile con precisione geografica, ma considerando l’ambientazione nordica, i paesaggi nevosi, il freddo intenso, potrebbe situarsi in Norvegia. In un giorno apparentemente non diverso dagli altri, nella tranquilla cittadina arrivano gli invasori, silenziosi al punto da passare quasi inosservati, guidati dal collaborazionismo traditore di un abitante il cui nome risulta piuttosto noto. Reduce da grandi conquiste, non tutte coronate dal successo, questo misterioso esercito invasore, comandato a distanza da un enigmatico “Capo”, appare spaventoso nel suo insieme, ma riunisce singoli uomini eterogenei, spesso in disaccordo e sospinti da emozioni differenti, dall’ambizione o dalla nostalgia, dalla speranza o dalla delusione, dall’amore o dalla disillusione, dalla passione artistica o dalla fantasia. A comandare le manovre, tentando di controllare gli stati d’animo, è il colonnello Lanser, personaggio riflessivo e colto, persecutore obbligato e non convinto, pienamente consapevole dell’odio e della vendetta che un popolo oppresso è capace di provare verso gli invasori.

Infatti, dietro l’apparente remissività, l’insidia popolare si fa strada, tra sabotaggi, fughe e ribellioni sempre più violente, a dimostrare che un popolo non si conquista con la forza e la repressione. Dopo la fucilazione di Alessandro Morden, il primo cittadino ad essere ufficialmente condannato a morte, l’opposizione si fa sempre più forte e spietata, invertendo totalmente il ruolo tra assediati e assedianti, e portando gli invasori, lentamente, al totale isolamento, e quindi all’esasperazione e alla follia.

Il romanzo si chiude con la condanna a morte del sindaco e del medico condotto, dimostrazione inutile di un potere ormai completamente farsesco nella sua ostentata autorità, poiché un sindaco non è una persona, ma un’idea creata da uomini liberi, e il desiderio di libertà è insopprimibile, così come lo è la resistenza all’oppressione.

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Il diavolo in corpo

Written by elisa - on Sunday, January 10, 2010

di Raymond Radiguet (Einaudi)

Leggevamo insieme al chiarore del fuoco. Spesso lei vi gettava le lettere che il marito le mandava tutti i giorni dal fronte. Si facevano preoccupate e si capiva che quelle di Marthe diventavano sempre meno tenere e sempre più rare. Le guardavo mentre bruciavano con un certo malessere. Per un secondo facevano aumentare la fiamma e io avevo paura, tutto sommato, di vedere con più chiarezza.

Nell’esteso panorama della letteratura francese, Raymond Radiguet, nato nel 1903, figlio dell’artista satirico Maurice Radiguet, rappresenta un caso molto particolare. Di carattere solitario e riservato, abbandona gli studi a causa della guerra, e sceglie volontariamente di non riprenderli, dedicando tutto il suo tempo alla lettura. All’età di quindici anni inizia a scrivere ed a frequentare i circoli e le riviste di avanguardia, incontrando Jean Cocteau che, entusiasta di lui, lo incoraggia e lo introduce nell’ambiente letterario francese. Dopo la raccolta di poesie Le joues en feu, Raymond raggiunge il successo con il romanzo Le diable au corp, dove probabilmente traspare l’esperienza autobiografica di una relazione sentimentale vissuta con una donna di età maggiore. Nell’autunno del 1923 termina il suo secondo romanzo, Le bal du comte d’Orgel. Morirà a dicembre dello stesso anno.

Il romanzo d’esordio di Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo, nella sua ambiguità di innocenza e provocazione, sollevò reazioni scandalistiche, ma il suo enorme successo lo rese un classico della narrativa novecentesca, e uno storico esempio di letteratura erotica. In verità, dietro alla fortissima tensione passionale che traspare da tutte le pagine, la relazione erotico/sentimentale tra il sedicenne Francois, io narrante e alter ego dell’autore, e la giovane sposa Marthe è la storia di un amore impossibile, tormentato e dal tragico finale.

Francois conosce Marthe casualmente, durante una passeggiata in compagnia di altre persone, lui è un liceale romantico e sognatore, lei ha qualche anno in più e un marito assente perché impegnato sul campo di battaglia, del quale non è convinta. La loro affinità si rivela immediatamente, traducendosi in una successiva serie di incontri furtivi in cui l’intimità naturale dell’amicizia si fa lentamente strada nei labirinti della reciproca seduzione, ma sembra rimanere latente, sospesa nell’aria, congelata dalle contraddizioni dell’amore tra un giovane non ancora consapevole della propria carica erotica, e di una donna ancora ingenua e insicura pur nella presunta esperienza di sposa. Francois è lacerato dalla frenesia del desiderio e dalla disillusione di una relazione priva di futuro, destinata a interrompersi con il ritorno del marito di Marthe, è convinto del proprio sentimento ma teme la noia o il timore da parte di lei, vive l’impulso della prima volta ma nel contempo ne ha paura.

Sarà invece lei, con studiata inconsapevolezza, a far scattare la passione irrefrenabile di entrambi, invitando l’amante, fradicio dopo una corsa sotto la pioggia, a spogliarsi, con l’attenuante di un riguardo apparentemente materno, scatenando un erotismo intenso, bruciante, frammentato ora dall’angoscia e dalla tristezza, ora da un entusiasmo quasi folle.

Un sentimento assurdo e fragile, ma splendido proprio per la sua impossibilità, il cui finale, tragico e sorprendente, racchiude in sè tutto il significato, paradossale ma vero, di eternità.

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Cime tempestose

Written by elisa - on Sunday, November 22, 2009

cimetempestosedi Emily Bronte (Mondadori)

Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria.

Emily Bronte nasce nel 1820 nello Yorkshire, quinta di sei figli tra i quali si manifesta presto un notevole talento letterario. In particolare, Emily e le due sorelle Charlotte e Anne, esordiscono fin da giovani nella scrittura, firmandosi con gli pseudonimi di Ellis, Currer e Acton Bell scelti, poiché associabili ad identità tanto maschili quanto femminili, per vincere la diffidenza contro le donne scrittrici. Contrariamente all’enorme successo ottenuto da Charlotte (Currer Bell) con Jane Eyre, il debutto di Emily/Ellis con Wuthering Heights, Cime Tempestose, è contrastato e difficile. Il romanzo, caratterizzato da cupe atmosfere gotiche e da un insolito intreccio concentrico, viene criticato a causa dei conturbanti temi sociali  in esso contenuti: la lotta di classe, il tradimento, le relazioni extraconiugali, la ribellione contro la società.

Fulcro della storia, lo struggente e oscuro amore tra HeathcliffCatherine rivela, nella sua passionalità esasperata e violenta, una forza invincibile e misteriosa, e una disperazione che condurrà entrambi ad annientarsi.

Io narrante delle prime pagine è il nuovo affittuario della proprietà di Heathcliff, il gentiluomo Lockwood che, recatosi nella residenza di Wuthering Heights per conoscere il padrone di casa, è colpito dal suo atteggiamento duro e solitario. Colto da un forte accesso di febbre e da inquietanti incubi, Lockwood è costretto a trattenersi temporaneamente a Wuthering Heights e, per vincere la noia, chiede alla governante Nelly, seconda narratrice del romanzo, di rivelarle il trascorso di quel luogo dove sembra incombere un’eterna e folle disperazione.

La narrazione di Nelly segue un intricato percorso di diverse generazioni, partendo dal momento in cui Earnshaw, il precedente proprietario, porta in casa Heathcliff, un piccolo orfano abbandonato per le strade di Liverpool. In parte per il carattere scontroso, in parte per quello che chiameremmo il pregiudizio del diverso, Heathcliff è odiato da tutti ad esclusione della coetanea Catherine Earnshaw, che si lega a lui con quella passione lacerante e ambigua dalla quale nessuno dei due si libererà mai.

Protagonista unico e dominante, Heathcliff è un personaggio affascinante, audace e temibile, capace di estremismi inauditi: amore e odio, ira e dolcezza, passione e violenza si fondono e si completano in una personalità anarchica e ribelle. Per anni subisce in silenzio le vessazioni del fratello di Catherine, confortato dell’inestinguibile affetto di lei che a sua volta, dominata dalla forte presenza di lui, cresce libera, selvaggia e lontana dalle convenzioni proprie della sua classe sociale. Quando, a causa di un contrattempo, la ragazza soggiornerà per qualche tempo a casa della ricca famiglia Linton apprendendo i modi dell’aristocrazia, Heathcliff, incapace di sopportarne la metamorfosi, lascia Wuthering Heights, e il suo gesto diverrà l’inizio di un’interminabile tragedia.

Oppressa dai debiti di gioco accumulati dal fratello, Catherine sposa Edgar Linton, ma confessa a Nelly di amare follemente Heathcliff, il quale tornerà dopo 3 anni, detentore di un’enorme ricchezza che gli consente di rilevare l’intera proprietà di Wuthering Heights. Ma il suo amore di un tempo, così esaltante, tenace e incorrotto, si è tramutato in un cupo sentimento di rabbia vendicativa e a tratti crudele, così come il rimpianto di Catherine non ha altra soluzione se non la follia. Spiriti inquieti, passionali e drammaticamente romantici, Heathcliff e Catherine ci lasciano infine presagire, ma non ne siamo del tutto certi, che solo dopo la morte abbiano avuta la possibilità di ritrovare l’armonia del loro reciproco e antico amore.

Emily Bronte muore di tisi a 30 anni, un anno dopo la pubblicazione del suo unico romanzo, spaventoso e magnifico, che diverrà un classico della letteratura.

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