Io sono Achille
Achille, a fianco di Priamo, posa un istante la mano sul supporto dell’intelaiatura. “Priamo” dice con tono lieve “quando le mura di Troia ti crolleranno intorno, chiamami e io verrò in tuo soccorso”.
Nato nel 1934, il romanziere, poeta e drammaturgo anglolibanese David Malouf, autore di Ritorno a Babilonia, è tra i maggiori autori contemporanei in lingua inglese.
Io sono Achille non è semplicemente la versione romanzata di un canto dell’Iliade, ma una magnifica rilettura poetica, in parte fedele ai versi di Omero e in parte ripresa da altri testi classici, di quella vicenda che, tra amicizia, dolore, violenza e vendetta, lega e incrocia i destini di Patroclo, Ettore, Achille e Priamo, personaggi probabilmente mai esistiti, ma che ancora oggi, con il loro spirito eroico al punto da divenire autodistruttivo, incantano e catturano i nostri pensieri.
Nella sua solitaria e malinconica grandezza, Achille, figlio di una ninfa marina e per questo capace di cogliere nella visione del mare emozioni e sensazioni impercettibili agli altri, prova dentro di sè sentimenti amplificati, devastanti, spesso in contrasto l’uno con l’altro. Anche la disperazione per la morte di Patroclo, l’amico di gioventù ucciso in battaglia da Ettore, elevata all’estremo si trasforma in odio feroce, fino a sfociare nella violenza con cui egli vendica questa morte. Ma il duello tra i due eroi, con il suo drammatico ed epico significato di resa dei conti, ne svela un altro più profondo di sorte condivisa, di similitudine tra due uomini che il destino ha reso antagonisti, permettendo loro di avvicinarsi solo nel momento della vendetta e della morte.
Come già ci ha raccontato Omero, la disperata follia di Achille non si esaurisce con l’aver resa giustizia a Patroclo uccidendo Ettore ma, in preda ad un crudele e sadico esibizionismo, egli si accanisce sul corpo del principe troiano, legato ad un carro e trascinato sotto le mura di Troia perché Priamo e la sua famiglia vedano fino a quale punto la sua vendetta può arrivare. Un gesto che Achille ripete ogni giorno, rammentando ai troiani la sua rabbia non ancora soddisfatta, la sua bramosia distruttiva non ancora estinta.
A questa estrema e dolorosa sfrontatezza Priamo, il riscattato, il prezzo che Eracle ha pagato senza immaginarne il destino di divenire sovrano di Troia, decide di rispondere, nonostante nessuno della sua famiglia sia d’accordo, di spogliarsi da ogni simbolo di regalità e di raggiungere Achille, per chiedergli da uomo e da padre, ma non da re o da avversario, di riavere il corpo del figlio.
Inizia così l’avventura di Priamo, tanto straordinaria che apparirà impossibile quando, molti anni dopo, il carrettiere che lo aveva accompagnato in questo folle viaggio fino alle trincea greca la racconterà agli amici. Ma nel momento in cui il padre di Ettore si trova di fronte Achille, non come l’assassino di suo figlio ma come figlio e padre egli stesso, forse allora avviene il miracolo, forse allora questi dei misteriosi e incomprensibili, mostrano il loro vero volto.
La versione di Barney
Finché gli è rimasto un minimo di lucidità, Barney Panofsky ha mantenuto fede alle proprie convinzioni. E cioè che la vita è assurda e che nessuno, in pratica, capisce gli altri.
Nato nel 1931 nel ghetto ebraico di Montreal e morto nel 2001, Mordecai Richler è considerato uno dei maggiori scrittori in lingua inglese. E’ ancora un ragazzino quando abbandona l’ortodossia religiosa, lascia il ghetto e parte per l’Europa, dove frequenta autori come Allen Ginsberg e Terry Southern. Nella sua carriera letteraria scrive romanzi, saggi, sceneggiature, racconti per ragazzi, raggiungendo il primo considerevole successo con L’apprendistato di Duddy Kravitz.
Pubblicato nel 1997, La versione di Barney costituisce una specie di caso letterario sia per il successo ottenuto praticamente ovunque, e notevolmente anche in Italia, sia per la particolarità del simpatico e trasgressivo personaggio di Barney Panofsky, protagonista/io narrante del romanzo, scritto in forma autobiografica. Per le numerose affinità riscontrabili con l’autore, comprese le preferenze di sigari e superalcolici, non è escluso si tratti di una reale autobiografia romanzata, per quanto Richler non lo abbia mai direttamente ammesso. E’ comunque innegabile che, al di là dell’ironia tipicamente yiddish, della trasgressione a tutti i costi e dell’ambiguo utilizzo dell’arte a fine di lucro, La versione di Barney sia sopra ogni cosa una splendida, drammatica e malinconica storia d’amore.
Quando inizia ad avvertire i primi segnali dell’Alzheimer, Barney Panofsky, miliardario quasi per caso, scrittore mancato e produttore di spot televisivi di scarsa qualità, scrive la storia della propria vita, un mix di sregolatezza bohemien e introspezione freudiana, per due principali motivi: difendersi dalle false affermazioni che l’ex compagno di sbronze e scrittore affermato (sia pure immeritatamente) Terry McIver ha inserite in un proprio romanzo, e celebrare la delirante e passione, ormai non corrisposta, per la terza moglie Miriam, che Barney ha conquistato quasi con la forza in un momento di disperazione e dissolutezza estrema, per poi vedersela sfuggire per sempre dalle mani dopo tre figli e decenni di felicità.
Nonostante i ripetuti eccessi tra alcool, droga e sesso, gli affari non del tutto onesti, la vita certamente agiata ma fuori da ogni minima razionalità, Barney rimarrà sempre, da un lato, il romantico innamorato di Miriam, incontrata nel giorno delle nozze precedenti e assediata con ogni mezzo fino alla resa, e dall’altro l’innocente e ingiustamente accusato d’aver ucciso l’amico e scrittore Boogie durante un litigio. Vive così nell’ossessionante, e impossibile, speranza che Miriam torni a casa e che all’improvviso Boogie, il cui corpo non è mai stato ritrovato, ricompaia improvvisamente, scagionandolo da ogni sospetto.
Non riuscirebbe, in ogni caso, ad avere il tempo di godere tali soddisfazioni, l’inesorabile incedere della malattia non glielo permetterà. E non gli permetterà neanche di sapere che suo figlio Mike, incaricato di revisionare le memorie di Barney prima della pubblicazione, per puro caso ha scoperta la preziosa chiave della morte di Boogie, confermando automaticamente la totale innocenza del padre.
Un libro straordinario che ritrae un’epoca oltre che una persona, apparentemente allegro, ma profondamente drammatico nel descrivere, quasi con sfrontatezza, gli oscuri giochi del destino umano.
Il bastone dei miracoli
Tutti sembrano potenti, poi sono tutti dei miserabili e degli infelici che non sanno affrontare il mestiere di vivere come Dio vorrebbe, con senso di responsabilità.
Possiede la bellezza antica e misteriosa della leggenda, Il bastone dei miracoli, sesto romanzo del narratore/cantastorie sardo Salvatore Niffoi, che con la sua scrittura rocciosa, rovente, dalle atmosfere piacevolmente arcaiche, ci racconta una storia di passione e di saggezza, dove il mito e la realtà, le visioni del passato e le tentazioni del futuro sembrano fondersi in un percorso concentrico che ha il fascino del poema epico e la spettacolarità del thriller. Tutto ha inizio nel momento in cui, sentendo la morte farsi sempre più prossima, Licurgo Caminera, contadino, forte dei valori dell’anarchia intesa come rifiuto del potere e rispetto della libertà e appassionato amante della letteratura, chiama attorno a sé i sei figli sopravvissuti dei dodici concepiti, per consegnare loro il suo testamento.
Portatori, per scelta del padre, dei nomi più significativi della mitologia classica, Ulisse, Achille, Ettore, Elena, Antigone e Penelope si trovano tra le mani come eredità, non oro né denaro, ma una busta in cui ognuno di loro troverà una parte di quel racconto che Licurgo ha segretamente scritto nel corso della sua lunga vita, e che tocca a loro ricomporre e condividere, perché così egli vuole essere ricordato, e perché, come gli eroi greci, comprendano che la saggezza è il lascito più prezioso.
Lo schiudersi delle buste rivela, come un romanzo nel romanzo, la storia di Paulu Anzones, detto Muscadellu, anch’essa simile ad una tragedia classica, con un continuo succedersi di amore, gelosia, amicizia, morte, sangue e violenza, legata ad un miracoloso, o potremmo dire malefico, bastone che regala al suo detentore il dono della buona morte, ma anche l’allettante quanto rischiosa capacità di conquistare il potere.
In questo splendido labirinto narrativo dalle tinte gotiche, nascere, vivere e morire ritrovano quella sacralità che purtroppo spesso dimentichiamo, e che spetta loro di diritto, e la volontà ferrea di Licurgo ci ricorda come il destino sia il primo autore della nostra esistenza, ma se non possiamo piegarlo alla nostra volontà, abbiamo comunque la possibilità di sfidarlo e di trovare il coraggio di osare sempre.
La ragazza di Vajont
I rumori della battaglia si avvicinano. La guerra è arrivata anche qui.
Non è una storia a lieto fine, ci avvisarà l’autore a poche pagine dalla conclusione. Non ha nemmeno una vera fine, ed è forse una delle ragioni che la rende terrificante: la percezione dell’assenza, l’impossibilità della speranza, la mancanza di un destino. Perché il destino, nel momento in cui l’io narrante del bellissimo romanzo di Tullio Avoledo dal titolo La ragazza di Vajont ci sussurra sedetevi, ascoltate, si è già compiuto. La tragedia, non priva di bellezza, si è consumata in tutte le sue innumerevoli, spaventose sfaccettature, e ne è rimasto uno scenario che potrebbe benissimo precedere il mondo incenerito e freddo di Corman McCarthy ne La strada.
L’amore e il cielo si vedono solo da lontano. Intorno a questa frase abbastanza spaventosa nasce, si evolve e finisce la storia di un amore vero, cercato, voluto, fortissimo e quindi impossibile, destinato fin dall’inizio a morire. Una storia di amore e di morte, struggente, spietata, e splendida. Il luogo è un’Italia di confine, dalle tinte invernali e lievemente fantascientifiche, un’atmosfera che ci ricorda Orwell e PKD, un’epoca indefinita in cui il presente è divenuto la negazione assoluta del passato e il futuro è impensabile. E’ ancora in corso, nella sua fase terminale, una dittatura non definita ma che raccoglie in sé quanto di peggio è accaduto nei secoli passati, le città hanno nomi reali ma sono irriconoscibili, rinchiuse in un paese che ha appena commesso un genocidio.
Del narratore, che ci chiede di a rimanere ad ascoltarlo, chiusi in una stanza gelida, sotto i colpi d una guerra ormai dichiarata, non conosceremo mai il nome. Sappiamo che era uno storico, un grandissimo conoscitore dei più orrendi segreti del nazismo, conoscenza che lo renderà doppiamente famoso come autore prima, e successivamente, ce ne renderemo conto con orrore, come suggeritore all’enigmatico Leader di un partito, il quale ripeterà, in maniera più assoluta e macabra, le gesta che resero famoso il III Reich. Suggeritore dapprima inconscio, si lascia incantare dalla follia di un oscuro successo e crea ufficialmente la distruzione programmata e voluta dall’ignoto tiranno, al fine di ottenere, lo capiremo poco alla volta, un’Italia perfetta nel suo impeccabile nazionalismo. Poi, quando il regime creduto eterno inesorabilmente decade, anche per lui arriva la resa dei conti: un periodo di carcere di cui sapremo poco e un’incessante, violenta terapia psicanalitica per rimuovere il ricordo di quelle azioni, o meglio di quei pensieri che portarono sia lui che l’intera nazione ad una specie di follia distruttrice, seguita dalla disperazione.
E’ in questo deserto di desolazione che lo scrittore si innamora. Perdutamente, di una ragazzina destinata all’eliminazione perché figlia di padre straniero. A questo punto il racconto procede in un crescendo di desiderio e passione in cui lui, dobbiamo ammetterlo, fa di tutto per conquistarla, rischia tutto quanto ha da rischiare, perde tutto quanto possiede, mette in gioco il suo destino già segnato per un amore che non ha futuro e si ridurrà ad un ricordo da tenere stretto prima della fine ultima. Nonostante l’inquietante atmosfera, l’amore vissuto dai due protagonisti è completo, totale, straziante nella sua purezza. Entrambi non rinunciano, nonostante il pericolo della loro scelta, e la reciprocità della passione diviene qualcosa di simile ad un sacrificio, dove ognuno dei due donerà all’altro qualcosa di intangibile quanto di eterno. E così, se lui prima di andare incontro al suo destino, riceve un amore intenso anche se non dichiarato, lei riceverà una possibilità, anche se non provata, di salvarsi dall’inverno che ormai incombe ovunque.
E se dalla ragazza di Vajont abbiamo imparato a vivere l’amore fino all’ultimo, anche quando non ci aspettiamo da esso l’eternità, dal narratore, demiurgo di un mondo in frantumi, impariamo che riscattarsi non è mai impossibile, nemmeno quando abbiamo seppellito la verità nel buio delle fosse comuni.
Nato nel 1957, lo scrittore friulano Tullio Avoledo è noto soprattutto per l’enorme successo ottenuto con L’elenco telefonico di Atlantide, un complicato e straordinario thriller gotico finanziario divenuto un caso letterario davvero unico.
La casa col mandorlo
di Fulvio Tomizza (Mondadori) – Luglio 2010
Incominciai a scrivere, ossia a cercare di colmare l’improvviso vuoto prodottosi tra me e quanto viveva fuori.
Un vuoto enorme, considerando tutto quanto è riuscito a scrivere Fulvio Tomizza nella sua vita relativamente breve, e con un impeto passionale così forte da riuscire addirittura a disorientarci. Come è detto in postfazione a La casa col mandorlo, questa raccolta di racconti edita da Mondadori, per il noto scrittore istriano/triestino (ho sempre delle difficoltà a collocare geograficamente gli autori appartenenti alle metamorfosi territoriali) la forma letteraria breve non risulta complementare a quella del romanzo, ma rappresenta un’entità a sé stante, con la quale egli riesce magnificamente a raccontarsi e a raccontare passando continuamente il confine tra realtà e invenzione, tra sogno e verità, tra autoanalisi e memoria storica, in maniera tale da rendere indistinguibile la differenza.
Con il suo stile sobrio, roccioso, dal quale emergono frequenti assonanze dialettali oltre a sottili rimandi psicanalitici, l’autore rivela, attraverso una scrittura indubbiamente autobiografica, la propria natura dalla duplice, o potremmo dire molteplice, identità, legata ad una terra plurietnica e storicamente conflittuale, spesso scenario di situazioni violente e drammatiche, così come di armonie e fusioni uniche e irripetibili. Ugualmente contrastata appare la personalità, vivente o letteraria che sia, dell’autore stesso, un contrasto peraltro più voluto che indotto, come dimostrano la decisione di scegliere l’università di Belgrado, così come di mantenere intensi e attivi rapporti con la terra d’origine, anche se divenuta ufficialmente straniera. Il risultato è una prosa quasi priva di riferimenti politici, ridotti se mai a rari lampi di nostalgia, ma resa eccezionalmente appassionata proprio da questo retaggio culturalmente policromo.
E così, alternando memoria e fantasia, Tomizza ci racconta la storia di amori impossibili e audaci, di famiglie apparentemente inestinguibili nonostante gli oscuri movimenti della storia, di incontri romantici rimasti sospesi nel vuoto immenso di uno sguardo, di viaggi al confine tra sentimento e paesaggio, di metaforiche reinterpretazioni della vita quotidiana, di avventure erotiche affascinanti, temerarie e quasi assurde. Tutto questo in un’ovattata atmosfera da Eyes wide shut, una dimensione parallela a metà strada tra Borges e Kafka, dove l’esistenza reale diviene, e forse lo è davvero, la massima potenza del sogno.
L’umiliazione
di Philip Roth (Einaudi) – Giugno 2010
“Ho bisogno di qualcuno” gli confidò lei in un mormorio “per uccidere quell’uomo malvagio”.
“Sono certo che potresti trovare una persona bendisposta”.
“Tu?” chiese Sybil con un filo di voce. “Pagherei”.
“Se fossi un killer, lo farei gratis”, disse lui, prendendo la mano che lei gli porgeva.
No, Simon Axler non è un killer. Il protagonista di questo, come sempre, brutale romanzo di Philip Roth dal titolo di L’umiliazione è un uomo over 60, dal fascino ancora relativamente integro, ma che per un complicato e sconosciuto meccanismo interiore unito ad un destino non particolarmente favorevole, si sta dirigendo lentamente verso la propria distruzione. Una distruzione apparentemente inconscia, ma forse voluta, e che per questo appare ancora più spaventosa.
Brillante e rinomato attore teatrale, Simon Axler all’improvviso perde il suo talento, quella dote innata e invidiata che lo aveva portato di fronte al pubblico di tutto il mondo, quella scintilla sacra che erroneamente credeva inestinguibile. Dopo l’ultimo, inutile e ridicolo tentativo di interpretare il Machbet, per Simon, annientato dalla critica, ha inizio un’era di angoscia e di disperazione. Non ricorda le battute, è terrorizzato dal palcoscenico, non ha il coraggio di presentarsi in pubblico, è tormentato dagli incubi. Inizia a temere il futuro. Al suo fallimento professionale si aggiunge l’abbandono della moglie, incapace sia di assisterlo quanto di incoraggiarlo, e la successiva morte del figlio tossicodipendente.
A nulla valgono i tentativi del suo agente teatrale: per Simon non rimane altro se non rifugiarsi in un ospedale psichiatrico, dove per un mese partecipa alle strane conversazioni degli altri pazienti sui metodi e tentativi di suicidio, e conosce la dolce e fragile Sybil la quale, se non altro, gli trasmetterà la convinzione che tutti, se lo vogliamo, sappiamo essere violenti fino al limite estremo. Una teoria che ovviamente non ridarà il coraggio a Simon, ma che rafforza in lui l’assurda speranza della morte come ultima via di uscita, autoindotta o provocata che sia.
Poi, nel momento in cui, dall’ovattata irrealtà della clinica rientra nella sua vita solitaria e fallimentare, per un assurdo gioco di contrasti Simon non ritrova la sua antica passione di attore ma la orienta verso un’altra direzione, trasformandola in desiderio erotico e forse anche amore, nel momento in cui la quarantenne Pegeen, figlia di vecchi amici, rimasta sola e delusa dopo un lungo periodo di amore saffico, bussa inaspettatamente alla sua porta. Se l’attore decaduto e la lesbica mancata giochino a fare i fidanzati o ne siano convinti, non lo sappiamo, e forse non lo sa neanche un maestro dell’eros psicologico come Roth, ma il gioco sembra funzionare. Non voglio che finisca, addirittura dirà lei di fronte all’indecisa ritrosia di lui, il quale finirà per crederle, regalandole, insieme ad un guardaroba rinnovato, una femminilità intensa e provocante.
Ma Philip Roth, chi lo conosce lo sa, non perdona mai. Colui che è definito uno dei più grandi scrittori viventi, capace di raccontare le perversioni dell’animo umano in ogni più impensato dettaglio con la convinzione che in fondo la natura dell’uomo non sia altro che questa, è consapevole che la felicità è solo un’illusione, e la soddisfazione del desiderio l’anticamera dell’oblio. Insensibile agli avvertimenti, Simon si lascia sedurre da Pegeen con un crescendo di bramosia erotica che tocca limiti primordiali, un’indecenza totalmente priva di barriere che si consuma con la drammaticità epica di un sacrificio.
Per comprendere poi, nelle ultime pagine, che a lui non è restato nulla tra le mani, che il suo dare non ha avuto riscontro, anzi, al contrario ha provocato il rapido divampare ed estinguersi di una passione salda e concreta solo in apparenza. E così, con una battuta di Cechov, esce di scena quell’uomo che un tempo aveva entusiasmato i teatri, ormai spogliato da tutto ciò che gli dava lustro, ricordandoci come la vita, spesso, non sia altro se non finzione.
Scene dalla vita di un villagio
Benni Avni aprì il foglietto piegato, strappato via dal quaderno della cucina. Ci trovò scritte nella grafia pacata e tondeggiante di sua moglie, queste poche parole: Non preoccuparti per me.
Quelle parole lo lasciarono esterrefatto.
E non è l’unico, il sindaco Benni Avni, a rimanere esterrafatto, tra gli abitanti del pittoresco villaggio israeliano di Tel Ilan, tra i luoghi più belli del paese, tanto che nei finesettimana è assediato dai turisti.
Splendido e tranquillo, immerso nella dolce bellezza della natura, Tel Ilan sembrerebbe il luogo ideale in cui vivere ma in realtà, il piccolo villaggio israeliano racchiude nel suo quieto fascino segreti inspiegabili e spaventosi. I suoi stessi abitanti, contrassegnati dalle stranezze tipiche degli abitanti di un luogo “letterario”, sembrano nascondere un misterioso morbo, occulto, latente, pronto a rivelarsi nelle maniere più inattese, impossibile da prevenire e Amos Oz, che credo non abbia bisogno di alcuna presentazione, in questa raccolta di 7 racconti seguiti da un epilogo sospeso nel vuoto, si rivela come sempre un grande maestro nel fondere e confondere l’ansia del presente alla paura del passato.
E così, se la moglie del sindaco Benni Avni scompare nel nulla lasciando all’incredulo marito niente altro che un biglietto recapitato da un timido studente arabo, anche Ghideon, il giovane nipote della dottoressa Ghili Steiner, scomparità ancora prima di raggiungere il villaggio con l’ultimo autobus da Tel Aviv, come aveva promesso. Al contrario, nella casa e nella vita di Ariel Zelnik e di sua madre si insedia, con educata ostinazione, un inatteso, sconosciuto e strano visitatore di nome Wolff Maftzir, e all’improvviso, di fronte all’agente immobiliare Yossi Sasson, mentre passeggia tranquillamente nella serata estiva, compare un’inquietante donna in tenuta da alpinista, che lo fissa in silenzio con occhi ostili e feroci, per poi svanire senza lasciare tracce.
Una serie di eventi che, nella loro improbabile assurdità, sembrano nascondere storie oscure, vicende di amore, di follia, di vendetta e di morte, inspiegabili e inspiegate anche dall’autore, il quale lascia ai lettori la completa responsabilità di interpretarne e giustificarne la stranezza, o semplicemente di accettarla in quanto parte di un passato colmo di paura e incertezza al punto da aver contaminato e occupato il presente. Un passato forse spaventoso, che appartiene agli abitanti di Tel Ilan e che riappare ancora, non solo nelle menti e nei ricordi, ma anche nelle stanze, nelle strade e negli oggetti, e nessuno sa se porti con sé la speranza o la minaccia.
Come tutte le opere di Amos Oz, non è da perdere.
La pazienza della pietra
Dimmelo tu, perché una persona nasce in un castello e un’altra in una tenda? Lo sai perché? Perché anche Dio ruba da una parte per mettere da un’altra, lo fa per non annoiarsi lassù quando guarda il mondo. E proprio quando prendiamo qualcosa che Dio è soddisfatto, perché vede che abbiamo capito il suo gioco.
A trarre questa considerazione dalla logica ferrea, è Itzik, una delle cinque voci narranti di La pazienza della pietra, splendido romanzo, elogiato da David Grossman, della giovane scrittrice israeliana Sara Shilo, il primo tradotto da Shulim Vogelman in italiano. Cinque visioni differenti di un’esistenza condivisa che si separano quasi volutamente proprio per raccontarsi, nel breve spazio di un giorno e una notte di allarme, in un piccolo villaggio al confine tra Israele e Libano.
Un luogo in cui la quotidianità subisce un’intermittenza forzata, scissa dalla caduta dei razzi libanesi, vittima di un pericolo di morte consueto al punto che, dopo la corsa nei rifugi, l’emergenza diviene semplicemente tempo, vuoto e difficile da riempire. In questa inconsistenza temporale naufragano Simona e quattro dei suoi sei figli, ognuno determinato, a suo modo, a ritrovare la felicità che la morte improvvisa di Massud, marito e padre, ha sepolta sotto le macerie della nostalgia.
Alla narrazione di Simona, dal tono disperato e forzatamente rassegnato di una donna ritrovatasi vedova nell’attimo più bello, seguono quelle dei suoi figli, e tutti affrontano, in modo differente ma con un simile desiderio di fuga e rinascita, la scomparsa di Massud e la conseguente paura sia della morte che della vita, duplice simbolo di un destino certo inevitabile, ma che ognuno cerca di adattare alla propria volontà. Le voci si alternano, si passano la storia di mano in mano, ognuno scruta le mosse dell’altro ma vi sovrappone la propria immagine, rivela le stranezze altrui ma non nasconde le proprie.
Geniale, solitario, cinico e vagamente nichilista è Itzik, affetto da una malformazione a mani e piedi alla quale supplisce attraverso il fratello minore Dudi, suo esatto contrario, ingenuo e romantico, trascinandolo nelle imprese più rischiose, talvolta illecite, con il pretesto di difendere la famiglia dai terroristi. Il primogenito è Kobi, che ha vissuto da vicino la morte del padre e più ancora le conseguenze, inseritosi automaticamente nel ruolo del capofamiglia e ambiguamente in quello di padre di Oshri e Haim, i due gemelli nati dopo la morte di Massud e inconsapevoli di essa. Un ruolo in cui Kobi si immedesima totalmente, al punto di non riuscire a pensare ad un futuro senza Simona e i gemelli, ma che nel trascorrere del tempo, sei anni in tutto, ha assunto il peso insopportabile della menzogna.
E a questo punto la narrazione si chiude con l’altra voce femminile, quella della figlia Etti: lei forse più dei fratelli ha conservato vivo il dolore della morte del padre, e la consapevolezza di una famiglia che rischia ogni giorno di disgregarsi. Rafforzata da questo ricordo, cerca le parole per svelare la verità ai gemelli, e il suo racconto raccoglie ed esprime la tristezza ma anche la speranza dell’intera famiglia, perché in fondo la loro storia si conclude proprio con questi due bambini, nati dopo la morte: la fine più bella che si possa immaginare.
Notte di nebbia in pianura
Svetlana guardò di nuovo fuori. La nebbia era fitta. Come in Russia. Come in Polonia. Come in Ungheria. Come in Slovenia prima del confine.
La pianura, nell’immaginario narrativo dello scrittore piemontese Angelo Ricci, si trasforma in un luogo impossibile a definirsi, misterioso e privo di confini tangibili, dove la realtà si dilata fino a raggiungere il regno dell’assurdo pur mantenendo un aspetto apparentemente normale. Infatti, per quanto la narrazione non arrivi mai a dimensioni tradizionalmente fantastiche, si snoda lungo uno sfondo surreale, onirico, ritmato da luoghi, voci narranti e piani temporali alternati o sovrapposti, da memorie evocative, stralci di ricordi e momenti in tempo reale.
Notte di nebbia in pianura non è un racconto e non è un romanzo, trasmette la tensione di un noir ma non si può definire tale, possiede un certo realismo descrittivo, arriva a toccare i toni dell’introspezione psicologica e la trama è indubbiamente drammatica, ma con quella sottile ironia, ora malinconica ora grottesca, presente in ogni pagina, riuscirà ad affascinarvi.
La storia, o meglio, la serie di storie intrecciatesi nel gelo di una notte invernale in una città di pianura resa invisibile, e irriconoscibile, dalla nebbia, scorrono con una limpidezza cinematografica, i dettagli e gli attimi più insignificanti, volutamente enfatizzati, assumono aspetti inquietanti e disperati, colti nelle vite dei protagonisti che, se singolarmente possono sembrare prive di senso, rivelano nell’incrocio dei loro destini la forza dell’inevitabile, della tragedia, di un consumarsi quasi sacrificale che spesso, o forse sempre, appartiene al senso dell’esistenza umana. La morte è una presenza ricorrente, la sofferenza è la condizione di un degrado in parte derivato da una scelta, il compromesso è un mezzo per sopravvivere, la trasgressione uno stile di vita.
I protagonisti non si incontrano mai direttamente, le loro vicende appaiono chiuse in sé stesse, se, casualmente, le loro vite separate arrivano a sfiorarsi, lo fanno a distanza, inavvertitamente, senza lasciare traccia né ricordo tra di essi. Ma nel breve spazio di una notte, la sorte lancia i dadi, trova le loro storie presenti e passate e, in poche ore, unisce, divide, distrugge, frantuma, uccide. E da lontano, oltre la disfatta finale, niente altro è visibile se non tenebre e nebbia.
La paura del cielo
di Fleur Jaeggy (Adelphi) – Maggio 2010
In ogni pensiero affettuoso si annida un pensiero assassino.
Scrittrice, traduttrice e saggista, amica di Ingeborg Bachman e Thomas Bernhard, Fleur Jaeggy, nata a Zurigo nel 1940, è considerata tra le maggiori autrici in lingua italiana. Il suo nome è legato soprattutto al romanzo I beati anni del castigo, Premio Bagutta 1990, che il poeta Iosif Brodskij ha definito indimenticabile.
I sette racconti riuniti nella raccolta La paura del cielo hanno un ritmo serrato, ossessivo, quasi a voler rendere percepibile il rumore del tempo che scorre e l’incombenza, inevitabile, del dramma finale. Le storie sono contrastate da un’angosciante normalità frammista ad un’atmosfera visionaria, allucinante, dove l’orrore non è mai del tutto palese ma sottinteso, come in un incubo.
La scrittura di Fleur Jaeggy è nitida, austera, costruita in frasi brevi e scolpite che danno alla narrazione la limpidezza e il realismo di un lavoro di incisione, enfatizzando quei dettagli che, apparentemente insignificanti, assumono un tono di oscurità e di terrore. I protagonisti dei racconti sono individui comuni, spesso semplici, famiglie, fratelli, coppie di coniugi o di amiche, ma rivelano tratti ambigui, maniacali, talvolta perversi, trasformandosi in vittime inconsapevoli o volontari artefici di un destino in cui l’aspetto terrificante si manifesta lentamente, in una sorta di dissolvenza, fino a divenire ovvia realtà, come se l’assurdo, in fondo, non fosse altro se non una parte, e forse la più importante, della nostra stessa esistenza.







