Oltre la cenere
di Monica Dogliani e Andrea Ronchetti (PCD Editori) – Gennaio 2010
Se voglio che nella mia vita ci sia un futuro, che tu ci sia, devo affrontare il passato.
Per qualche fenomeno tanto inspiegabile quanto paradossale, forse anche per la sua stessa estrema e terrificante singolarità, la Shoah continua a generare opere letterarie d’ogni genere, alcune delle quali, sebbene non firmate dai diretti testimoni della Memoria, si rivelano sorprendenti.
E’ il caso di Oltre la cenere, questo romanzo pubblicato di recente e scritto a quattro mani dagli autori torinesi Monica Dogliani e Andrea Ronchetti i quali, se al primo sguardo sembrano affrontare l’argomento con un’apparente leggerezza che rammenta vagamente le atmosfere piacevolmente contrastanti de La vita è bella, rivelano strada facendo un intreccio dalle profondità inattese, dove la verità storica si confonde magistralmente alla drammaticità sottilmente ironica della narrazione.
In un gioco ad incastri dove i personaggi fantastici incontrano i protagonisti della storia, il romanzo procede su due tempi e due ritmi differenti, lasciando straripare emozioni e sentimenti fortissimi ma controllati, svelando i lati più conflittuali dell’animo umano, dimostrando come spesso, se non sempre, nella stessa persona possano convivere forze paradossalmente uguali e contrarie, valori opposti ma complementari. Scenario della prima parte è Auschwitz-Birkenau, con tutti i suoi perversi dettagli di incarnazione del male e di fabbrica del dolore e della morte, dalle sevizie inflitte ai prigionieri alle reazioni, talvolta cruente, che scattano in essi quale meccanismo di autodifesa. Poi, dopo che l’Armata Rossa ha aperto, o meglio ha chiusi per sempre, i cancelli di Auschwitz, la storia prosegue negli anni successivi, quando i nazisti tentano la fuga oltreoceano e i destini degli ex prigionieri si allontanano, si riavvicinano, si intrecciano.
Protagonista assoluto, affascinante anche nelle sue mille contraddizioni, è Nathan Bashevis, un orologiaio di Lodz deportato nel campo di sterminio polacco dove gli viene assegnato il grottesco ruolo di clown al servizio dei figli dei gerarchi nazisti, ma con la sua personalità magnetica e straordinaria riesce a trasformare quest’obbligo in una sorta di magia. Nonostante il luogo corrotto e violento in cui si trova, Nathan mantiene intatti i propri valori, la dignità, il codice morale, la speranza che riesce a trasmettere ai compagni di prigionia, la bellezza e la purezza di cui sa fare dono, sebbene egli stesso sia talvolta preda di forti dubbi esistenziali e ideologici.
Con la sua sensibilità acuta Nathan sa penetrare l’anima di chi ha di fronte, e trarne quanto vi sia di più intenso. Riuscirà così ad incantare l’ufficiale nazista Wilfred, a farsi amico di Franz, figlio del terribile Irmfried, ufficiale “dirigente” del campo, a riscoprire la dolcezza perduta di Kora, moglie di un deportato politico trucidato, che per reazione riversa il suo odio sugli altri prigionieri, a ritrovare la voglia di vivere di Inge, un’altra internata “politica” che aspira solo al suicidio, o l’innocenza di Edith, una giovanissima orfana trasformata in un ambito gioiello per i perversi giochi degli uomini.
Storie e destini che continueranno ad intersecarsi anche “oltre la cenere”, rivelando l’abisso di disperazione ma anche la voglia di ricominciare, e un amore dalle sfaccettature sorprendenti, come accade a Inge e Kora, che la vita del campo aveva reso crudeli ma che sapranno ritrovare sè stesse e ritornare in vita, o persino spaventose, come il sentimento fortissimo ma distruttore, che lega il nazista Irmfried al figlio Franz, tanto intenso da convincerlo a ritornare in Europa, dove ricadrà nel cerchio della violenza e della morte.
Una storia splendida nel suo succedersi di figure straordinarie, e tremendamente vera, non solo nella verità della tragedia, ma soprattutto nello sfavillio abbagliante delle emozioni.
La folie Baudelaire
Gli dei possono apparire o scomparire agli occhi umani, a seconda dei luoghi dove si insediano. Ma sempre “sono” e guardano.
Chi era in realta’ Charles Baudelaire, il poeta maledetto, il sublime artefice dei Fleurs du Mal, quella sconvolgente raccolta di versi che, dietro un gioco di allegorie dall’atmosfera gotica, grottesca e spesso oscura, ritrae le più profonde emozioni dell’animo umano, tra cui quello struggente e implacabile senso di malinconia definito con il nome di spleen?
In questo saggio/racconto tanto esteso quanto trascinante, dove la scrittura nitida e perfetta di Roberto Calasso passa dalla narrazione all’analisi storica, alternando brani biografici ricchi di elementi psicologici al ritratto di un’epoca osservata dai molteplici punti di vista dell’arte, il grande poeta francese appare in tutta la sua personalità, intricata, complessa, estrema, capace di provare e trasmettere sensazioni terribili e straordinarie. Disilluso e ingenuo al contempo, attratto dal fascino del proibito anche quando non è altro che finzione, come gli incontri “clandestini” al Louvre con la madre, Baudelare vive sull’orlo dell’abisso delle proprie emozioni, ossessionato dalla continua mancanza di denaro, dagli strani personaggi, talvolta ambigui, talvolta equivoci, che lo circondano, e da un’incomprensione diffusa che scambia la sua genialità per deviazione.
Amante inquieto e passionale, restio a rivelarsi anche nell’amore epistolare vissuto con la pluricorteggiata Mme Sabatier, Baudelaire rappresenta, soprattutto nella lunga narrazione (l’unica in prosa) del complicato e quasi kafkiano “sogno” del salotto/bordello/galleria d’arte su cui si costruisce tutta l’opera di Calasso, l’affascinante ritratto della Parigi ottocentesca, splendida e conturbante, magnificamente ritratta non solo attraverso la vita malinconica e bohemién del poeta incompreso, ma anche dei suoi artisti e delle loro “stranezze” creative: Ingres, soprattutto, poi Degas, Delacroix, Manet, osservati dallo scrittore con lo sguardo critico di Baudelaire stesso.
Genio ribelle e di difficile interpretazione, Baudelaire non riesce ad ottenere il successo che dovrebbe, e il terribile Saint-Beuve non lo ammetterà tra gli immortali dell’Académie. Ma, forse involontariamente, il critico letterario più temuto di Francia, associando il mondo intellettuale di Baudelarie ad un padiglione orientale, la Folie Baudelarie, appunto, un luogo misterioso, pittoresco, ricolmo di aromi e colori e popolato da creature fantastiche e personaggi bizzarri, sebbene non avesse accolto il poeta nella prestigiosa Accademia, dimostra come la sua persona e la sua opera rappresentino lo spirito stesso, candido e dissoluto al contempo, di Parigi.
La luna è tramontata
“La parola esatta è ‘dipartita’, non morte. Hai già fatto questo errore. Hai fatto questo errore quarantesei anni fa”.
“No, è ‘morte’. E’ morte”. Orden si guardò intorno e vide il colonnello Lanser che lo osservava. Gli chiese: “Non è morte?”
Il colonnello Lanser disse: “E’: ‘immediatamente dopo la mia dipartita’”.
Il dottor Winter insistette: “Vedi, siamo in due contro uno. ‘Dipartita’ è il termine esatto. E’ lo stesso errore che hai già commesso”.
John Steinbeck scrisse La luna è tramontata nel 1942, ed è l’unico romanzo in cui il grande scrittore di Salinas affronta il tema della guerra, dedicando questa storia drammatica e breve, dalle sfumature vagamente surreali, al tema della Resistenza. Per questa ragione, il romanzo riscosse grande successo soprattutto in Italia, dove venne pubblicato per la prima volta a Brescia nella significativa data del 25 aprile 1945.
Unica scena di tutta la storia è un paese non identificabile con precisione geografica, ma considerando l’ambientazione nordica, i paesaggi nevosi, il freddo intenso, potrebbe situarsi in Norvegia. In un giorno apparentemente non diverso dagli altri, nella tranquilla cittadina arrivano gli invasori, silenziosi al punto da passare quasi inosservati, guidati dal collaborazionismo traditore di un abitante il cui nome risulta piuttosto noto. Reduce da grandi conquiste, non tutte coronate dal successo, questo misterioso esercito invasore, comandato a distanza da un enigmatico “Capo”, appare spaventoso nel suo insieme, ma riunisce singoli uomini eterogenei, spesso in disaccordo e sospinti da emozioni differenti, dall’ambizione o dalla nostalgia, dalla speranza o dalla delusione, dall’amore o dalla disillusione, dalla passione artistica o dalla fantasia. A comandare le manovre, tentando di controllare gli stati d’animo, è il colonnello Lanser, personaggio riflessivo e colto, persecutore obbligato e non convinto, pienamente consapevole dell’odio e della vendetta che un popolo oppresso è capace di provare verso gli invasori.
Infatti, dietro l’apparente remissività, l’insidia popolare si fa strada, tra sabotaggi, fughe e ribellioni sempre più violente, a dimostrare che un popolo non si conquista con la forza e la repressione. Dopo la fucilazione di Alessandro Morden, il primo cittadino ad essere ufficialmente condannato a morte, l’opposizione si fa sempre più forte e spietata, invertendo totalmente il ruolo tra assediati e assedianti, e portando gli invasori, lentamente, al totale isolamento, e quindi all’esasperazione e alla follia.
Il romanzo si chiude con la condanna a morte del sindaco e del medico condotto, dimostrazione inutile di un potere ormai completamente farsesco nella sua ostentata autorità, poiché un sindaco non è una persona, ma un’idea creata da uomini liberi, e il desiderio di libertà è insopprimibile, così come lo è la resistenza all’oppressione.
Allunaggio di un immigrato innamorato
di Mihai Mircea Butcovan (Besa Editrice)
Tu, esperta di informatica, non hai salvato niente, proprio niente, di quello che è stato fra noi. Grave errore! I dati si perdono ma il mio disco fisso, pieno di chiodi, fungerà da memoria eterna per ambedue. E allore non posso fare a meno di ricordare e, perché no, ricordarti.
Mihai Mircea Butcovan è nato nel 1969 in Transilvania, la terra che ha conosciuto la tenebrosa nobiltà del conte Dracula e la macabra violenza di Ceausescu, e attualmente vive in provincia di Milano. E’ vissuto tra libri, montagne, boschi e leggende, ed è a volte scrittore, a volte poeta, a volte tutte e due le cose insieme.
Un personaggio che si presenta così, possiede già qualcosa di surreale, di fantastico, oltre che di fantasioso. Alla singolare e innata fantasia che lo distingue dal resto del mondo, Mihai ha aggiunto il parallelo gioco ad incastri delle lingue rumeno e italiano, realizzando, con una sorta di “esercizi di stile”, un romanzo scritto in un italiano tanto perfetto quanto policromo.
Ironico e divertente, pur nell’essenza vagamente malinconica della trama, Allunaggio di un immigrato innamorato tocca gli argomenti tanto discussi nel nostro paese: l’immigrazione, il razzismo, l’integrazione, la paura del diverso. Protagonista di questa storia d’amore impossibile è il rumeno Mihai che, emigrato in Italia e precisamente a Milano, si innamora della bella Daisy, figlia di ricchi brianzoli e leghista convinta e militante. Dopo diciotto mesi, ovviamente, la storia finisce tragicamente per Mihai che, ricevuta una lettera rabbiosa e vendicativa dalla ragazza, le risponde con un racconto/diario introspettivo e poetico, un’analisi precisa e spietata anche nella sua leggerezza non solo dei propri sentimenti ma di una società e di un’epoca.
Tra sperimentalismi poetici, giochi di parole, aforismi, citazioni musicali e letterarie, Mihai ci racconta l’assurdità di un amore in cui, se la sua passione è tenace e indiscutibile, quella di lei è sovrastata dalla superficialità dell’apparire, dalla preoccupazione non tanto di piacere a lui quanto che lui sia in grado di “piacere” al restrittivo clan di una famiglia borghese di provincia. Sullo sfondo, si delineano le contraddizioni e le incertezze di un immigrato rifugiatosi per necessità in Italia, ma anche di una nazione frammentata e incapace di confrontarsi con altre culture, vittima di un consumismo maniacale, di un nazionalismo ipocrita e di un estremismo opportunista.
Il diavolo in corpo
Leggevamo insieme al chiarore del fuoco. Spesso lei vi gettava le lettere che il marito le mandava tutti i giorni dal fronte. Si facevano preoccupate e si capiva che quelle di Marthe diventavano sempre meno tenere e sempre più rare. Le guardavo mentre bruciavano con un certo malessere. Per un secondo facevano aumentare la fiamma e io avevo paura, tutto sommato, di vedere con più chiarezza.
Nell’esteso panorama della letteratura francese, Raymond Radiguet, nato nel 1903, figlio dell’artista satirico Maurice Radiguet, rappresenta un caso molto particolare. Di carattere solitario e riservato, abbandona gli studi a causa della guerra, e sceglie volontariamente di non riprenderli, dedicando tutto il suo tempo alla lettura. All’età di quindici anni inizia a scrivere ed a frequentare i circoli e le riviste di avanguardia, incontrando Jean Cocteau che, entusiasta di lui, lo incoraggia e lo introduce nell’ambiente letterario francese. Dopo la raccolta di poesie Le joues en feu, Raymond raggiunge il successo con il romanzo Le diable au corp, dove probabilmente traspare l’esperienza autobiografica di una relazione sentimentale vissuta con una donna di età maggiore. Nell’autunno del 1923 termina il suo secondo romanzo, Le bal du comte d’Orgel. Morirà a dicembre dello stesso anno.
Il romanzo d’esordio di Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo, nella sua ambiguità di innocenza e provocazione, sollevò reazioni scandalistiche, ma il suo enorme successo lo rese un classico della narrativa novecentesca, e uno storico esempio di letteratura erotica. In verità, dietro alla fortissima tensione passionale che traspare da tutte le pagine, la relazione erotico/sentimentale tra il sedicenne Francois, io narrante e alter ego dell’autore, e la giovane sposa Marthe è la storia di un amore impossibile, tormentato e dal tragico finale.
Francois conosce Marthe casualmente, durante una passeggiata in compagnia di altre persone, lui è un liceale romantico e sognatore, lei ha qualche anno in più e un marito assente perché impegnato sul campo di battaglia, del quale non è convinta. La loro affinità si rivela immediatamente, traducendosi in una successiva serie di incontri furtivi in cui l’intimità naturale dell’amicizia si fa lentamente strada nei labirinti della reciproca seduzione, ma sembra rimanere latente, sospesa nell’aria, congelata dalle contraddizioni dell’amore tra un giovane non ancora consapevole della propria carica erotica, e di una donna ancora ingenua e insicura pur nella presunta esperienza di sposa. Francois è lacerato dalla frenesia del desiderio e dalla disillusione di una relazione priva di futuro, destinata a interrompersi con il ritorno del marito di Marthe, è convinto del proprio sentimento ma teme la noia o il timore da parte di lei, vive l’impulso della prima volta ma nel contempo ne ha paura.
Sarà invece lei, con studiata inconsapevolezza, a far scattare la passione irrefrenabile di entrambi, invitando l’amante, fradicio dopo una corsa sotto la pioggia, a spogliarsi, con l’attenuante di un riguardo apparentemente materno, scatenando un erotismo intenso, bruciante, frammentato ora dall’angoscia e dalla tristezza, ora da un entusiasmo quasi folle.
Un sentimento assurdo e fragile, ma splendido proprio per la sua impossibilità, il cui finale, tragico e sorprendente, racchiude in sè tutto il significato, paradossale ma vero, di eternità.
David Golder
Era un uomo di più di sessant’anni, enorme, con le membra grasse e flaccide, gli occhi color dell’acqua, vivacissimi e opalescenti; folti capelli bianchi gli incorniciavano il viso devastato, duro, come plasmato da una mano rozza e pesante.
Se nel 1929 l’editore francese Bernard Grasset rimase colpito dal manoscritto di David Golder al punto da trascorrere l’intera notte a leggerlo e pubblicare un annuncio per rintracciarne l’anonimo autore, immaginiamoci come rimase nel trovarsi di fronte la giovane, vivace e borghese Irene Nemirowsky, autrice di quello che sarebbe divenuto il suo romanzo d’esordio. Perché il romanzo non è altro che un’esplicita denuncia, cruda e spietata, verso quell’avidità estrema e priva di scrupoli caratteristica dell’alta borghesia, dell’aristocrazia, del mondo del commercio e della finanza.
David Golder, il personaggio attorno al quale tutto il romanzo è sviluppato, è un uomo d’affari ebreo emigrato dalla Russia e residente in Francia dove, grazie alla sua inestinguibile sete di ricchezza e potere unita forse ad una certa abilità, ha accumulato una ricchezza immensa traformandosi in una specie di mostro crudele e totalmente privo di codice etico. Odiato e temuto, ma anche deriso per la sua maniacale brama di guadagno estrema al punto da causare il suicidio del suo socio d’affari, David Golder vive con il denaro come unico pensiero fisso, spendendo il suo tempo unicamente nell’accumularlo e reinvestirlo, senza rendersi conto che, proprio a causa di questo suo comportamento cinico e calcolatore, si ritrova circondato da persone a loro volta egoicentriche e opportuniste, mirate solo ad approfittare della sua ricchezza.
Prime tra tutti, la moglie Gloria, ridicola nella sua bellezza decadente, artefatta e ingioiellata, e la viziatissima figlia Joyce, tanto graziosa quanto sciocca, ma capace di fingere verso il padre geloso una fatua dolcezza pur di ottenere qualcosa in cambio, dimostrando di saper usare, nella sua frivolezza, le stesse subdole strategie di lui. Persino la grave malattia cardiaca di cui Golder è affetto, viene considerata solo una sfortuna da esorcizzare semplicemente ignorandola, per evitare che possa in qualche modo influire sul buon andamento degli affari. In questa totale e spaventosa assenza di valori, David Golder troverà la morte proprio a causa di quell’avidità che ha governato tutta la sua esistenza, e la sua vita finirà in completa solitudine, durante una traversata in nave, con l’unica presenza di un giovane emigrante, nel quale egli rivede la sua stessa gioventù, mentre, in yiddish, scambia con lui le ultime parole.
L’ambiguo mondo dei ricchi, fondato sull’interesse, è dipinto da Irene Nemirowsky con toni forti e un disprezzo di fondo che ne esaltano i difetti, la meschinità, il degrado, e con quei tratti quasi caricaturali che costituivano il luogo comune dell’ebraismo borghese e arricchito, attribuendo all’autrice un’ingiustificata avversione per le proprie radici ebraiche, mentre in realtà il romanzo svaluta il comportamento di chiunque scelga di porre il denaro al primo posto nella scala dei valori della vita.
Per chi conosce l’opera di Irene Nemirowsky, la grande scrittrice francese morta ad Auschwitz, non saranno nuove queste acute e crudeli critiche rivolte verso alcuni riprovevoli atteggimenti umani, come era avvenuto per la vanesia paura maniacale dell’invecchiamento di Jezabel. Difetti comportamentali forse portati all’estremo ma tristemente reali, e che l’autrice, probabilmente aveva avuto modo di conoscere molto da vicino.
Le cose che non ho detto
di Azar Nafisi (Adelphi)
Molto prima di scoprire come un regime dispotico possa imporre una nuova immagine all’individuo e rubargli la sua vera identità, la sua idea di sè io l’avevo già vissuto all’interno della mia famiglia.
Sono davvero tante le cose che Azar Nafisi, 54 anni, scrittrice e intellettuale iraniana, docente universitaria di letteratura inglese negli USA e autrice del bellissimo bestseller Leggere Lolita a Teheran, non ha detto. Così tante, da ripercorrere gli anni drammatici della storia di un paese splendido e tormentato: la contestazione della sinistra popolare verso lo scià, la modernizzazione, la rivoluzione degli ayatollah, l’ascesa al potere di Khomeini, l’instaurarsi del regime integralista islamico e la repressione che ad esso consegue.
Accanto a questi eventi storici, scorre parallelo il racconto autobiografico della scrittrice, un diario di memorie personali di sè stessa e della propria famiglia che, con le sue rivalità, le gelosie e le piccole vendette, si trasforma nello specchio di una società oppressa dai contrasti, vittima e complice al contempo.
Azar Nafisi scava nella propria memoria e non nasconde nulla, nè a sè stessa nè ai lettori, di quanto è accaduto nella sua famiglia e nel suo paese. Emergono sopra alle altre le figure del padre, per un certo tempo sindaco di Teheran, che le ha trasmessa la passione per la letteratura e la cultura persiana, traditore della moglie non per diletto ma per mancanza d’amore, unito alla figlia da un legame forte e cospiratorio. Contrapposta è l’immagine della madre, resa dispotica dall’insoddisfazione e vedova di un primo matrimonio continuamente rimpianto, il suo periodo migliore coinciderà con la propria elezione in parlamento e l’incarcerazione del secondo marito.
La scrittrice sfugge a questo clima doppiamente difficile durante gli studi svolti in Inghilterra, ma quando ritorna in patria sono in atto le proteste contro il governo degli scià, e la situazione confusa favorirà il piano di Khomeini, che vedrà realizzarsi il sogno della Repubblica Islamica. Espulsa dall’università di Teheran, dove lavora come assistente, per essersi rifiutata di indossare il velo, Azar Nafisi lascia definitivamente l’Iran nel 1981, e ci rivela come, a volte, siamo costretti a costruirci una “casa immaginaria” dove rifugiarci, immune da pregiudizi, tirannie e distinzioni. Ma, nonostante le esplosioni di violenza estreme e ingiustificate, il ferreo regime dell’Iran non ha ancora cancellato la forza dell’opposizione.
L’arte della vita
Dobbiamo porci sfide difficili; dobbiamo scegliere obiettivi che siano ben oltre la nostra cultura. Dobbiamo tentare l’impossibile.
In questo recente saggio, pubblicato in Italia con il titolo L’arte della vita, Zygmunt Bauman affronta con una chiarezza caustica e a volte spietata quella decostruzione che i valori fondamentali e il senso stesso dell’esistenza stanno inesorabilmente subendo nella società contemporanea. La felicità, meta ambita dall’intero genere umano, non si acquista nei centri commerciali, non si ottiene in premio, non è sinonimo di ricchezza o di eleganza, nè di successo o di potere, e si raggiunge solo ed esclusivamente con la volontà e la convinzione in una progressione quotidiana e faticosa, ma la frenesia consumistica, l’arrivismo e l’ambizione maniacale dell’era globalizzata, hanno ormai associata l’idea di felicità al vizioso circolo di piaceri effimeri del quale il mondo d’oggi è preda.
Le soddisfazioni e i piaceri più intensi della vita, dall’amore all’amicizia, dall’autostima alla gratificazione, dal rispetto alla solidarietà, sono stati declassati e sostituiti dall’accumulo di denaro e di beni materiali, dalla smania di apparire, dall’idolatria dell’estetica, delle griffes e della carriera, e al puro concetto del volere, che ci distingue tra gli esseri viventi, è stato sovrapposto un dovere a tutti costi, imposto da forze esterne e devianti.
Al giorno d’oggi tutto appare, in termini consumistici, ottenibile senza altro sforzo se non quello di poterne pagare il prezzo, ma al tempo stesso tutto è instabile, precario, soggetto ad un rapido deterioramento e ad un’ossessiva necessità di sostituzione, sia per seguire il passo dei tempi e delle tendenze, sia per evitare la responsabilità e l’impegno di una scelta a lungo termine. Questo meccanismo di incessante turn-over, riguarda non solo oggetti e beni di consumo, ma è giunto a coinvolgere ormai la dimensione dei sentimenti, dove le relazioni prive di fondamento e poco impegnative hanno preso il posto di quell’amore capace di resistere fino alla morte.
La vita, però, non è una gara o un reality show in cui vince chi il più veloce o il più ammirato ma, secondo Zygmunt Bauman, è un’arte, bella, difficile e impegnativa, da esercitare con pazienza, perseveranza e precisione per costruire un capolavoro sublime, unico e ineguagliabile, e la felicità, così come l’amore, non ha un valore di mercato, ma è il risultato di una sfida estrema, di una salita in verticale verso una meta elevata e difficile da raggiungere.
Perchè solo chi aspira all’impossibile, chi conosce il valore del sacrificio, è pronto al rischio e non si arrende, riuscirà ad essere davvero felice.
Nato a Poznam nel 1925, Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e docente universitario britannico di origine ebraica, è noto per il suo studio sugli effetti che la globalizzazione comporta sulla cultura e sulla società, per i fenomeni derivati dall’esercizio del totalitarismo, e per le dichiarate posizioni contro il negazionismo storico.





