Il ponte sulla Drina
Giù in basso c’è il ponte demolito, terribilmente, malignamente spezzato nel mezzo. Non ha bisogno di voltarsi (e per nulla al mondo si volterebbe) per scorgere l’intera scena: in fondo il pilastro è tagliato di netto, come un gigantesco tronco, e disperso in migliaia di frammenti tutt’intorno, mentre le arcate a destra e a sinistra sono bruscamente interrotte. In mezzo ad esse s’apre un abisso di una quindicina di metri. E le parti spezzate delle due arcate sembrano tendersi dolorosamente l’una verso l’altra.
Visegrad è una cittadina bosniaca situata al confine con la Serbia, e il suo centro storico sorge nel punto in cui il fiume Rzav confluisce nella Drina. Questa posizione, splendida nel paesaggio, ha resa la città strategicamente importante durante la guerra dei Balcani, ma ha generato nel corso del tempo una singolare armonia di etnie e culture diverse che, per quanto contrastanti, si fondono tra di loro grazie all’elemento per il quale Visegrad è famosa: il magnifico ponte in pietra a 11 arcate che attraversa la Drina, costruito nel 1500 per volere del gran visir Mehmed Pasha Sokolovic.
Consegnato nelle mani dell’Impero Ottomano ancora bambino quale “tributo di sangue”, perché vestisse la divisa da giannizzero, Mehmed si distingue da subito per le sue doti, fino a divenire statista, condottiero e visir al seguito di Solimano il Magnifico. Memore del giorno in cui, all’età di dieci anni, venne trasferito da Visegrad a Instanbul traversando la Drina in piena sopra un instabile traghetto, egli tornerà nella sua città d’origine per avviare la costruzione di quel ponte che diverrà simbolo della città e, sebbene nel secolo scorso più volte spezzato e ricostruito, inattaccabile nel suo ruolo di legame tra popoli e religioni differenti, e spesso sfondo alla loro reciproca violenza.
Nel suo celebre romanzo storico/epico Il ponte sulla Drina, pubblicato dopo la fine della II guerra mondiale, il premio Nobel Ivo Andric, uno tra i più grandi scrittori in lingua serba e tra i maggiori d’Europa, con una prosa spettacolare, costellata di riferimenti leggendari, di scene drammatiche e a volte cruente, di dettagli storici, e ricca di personaggi le cui imprese sfiorano l’eroico e il fantasioso, racconta la storia di Visegrad e dei cambiamenti di scena e confini avvenuti intorno ad essa negli oltre tre secoli in cui, ininterrottamente, il ponte rimase un luogo di incontro stabile tra due nazioni in continuo movimento.
Con la rara particolarità di narrare la storia non in forma di cronaca ma attraverso la vita quotidiana e i sentimenti dei personaggi, lo scrittore ci accompagna nel lungo periodo tra l’Impero Ottomano e l’Austroungarico, fino all’attentato di Sarajevo e alla dichiarazione di guerra alla Serbia, senza mai allontanarsi da Visegrad e dalla sua porta, la terrazza del ponte divenuta il salotto cittadino dove ogni sera qualsiasi barriera etnica, religiosa o politica, si dissolve alla luce del tramonto, trasformando gli abitanti, turchi, serbi, bosniaci, musulmani, ebrei, cristiani che siano, in un unico, armonioso popolo, capace di allearsi per difendere l’opera di Mehmed, regalo incomparabile e di uguale valore per ognuno.
Fin dal drammatico svolgersi della costruzione del ponte, i destini dei personaggi si incrociano, si toccano, si allontanano e si ritrovano nelle loro discendenze a distanza di decenni, vivendo, e condividendo, amore e odio, violenza e vendetta, ingiustizia e allegria, fortuna e sconfitta, con la porta del ponte sempre eretta al suo posto, maestosa e bianca, quasi a dispetto di chi ne vuole fare un presidio militare, un luogo d’esecuzione, un bersaglio. E non per caso, allo scoppio della guerra, quando il ponte viene fatto saltare lasciando l’acqua della Drina a dividere le file di archi spezzati sotto una pioggia di frammenti di pietra, l’imam Alihodza, a cui ormai, come a molti altri, ci siamo inevitabilmente affezionati, morirà sulla strada di casa, gli occhi rivolti al vuoto lasciato da una rottura ormai chiaramente impossibile a saldarsi.
Ivo Andric nasce a Doclac, in Bosnia, e inizia in giovanissima età a scrivere poesie. Arrestato a Spalato dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, durante la prigionia scrive la sua prima opera, Ex Ponto, che pubblicherà dopo il suo rilascio, momento in cui fonda la rivista letteraria Knjizevni jug ed intraprende una lunga carriera diplomatica, interrotta nel 1941 per sua volontà. E’ in questo periodo che scrive Le cronache di Travnik e Il ponte sulla Drina. Riceve il Nobel nel 1961, e muore nel 1982 a Belgrado.
Le città invisibili
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Leggete questa straordinaria opera di Italo Calvino (il quale non ha certo bisogno di presentazioni), e vi renderete conto quanti dettagli apparentemente invisibili del mondo sfuggano alla nostra attenzione, al nostro sguardo e alla nostra memoria. Scritta dal 1964 al 1970 durante il soggiorno a Parigi del grande autore italiano, e pubblicata nel 1972, l’opera, dalla particolare struttura di dialogo alternato ad appunti di viaggio, rivela l’influenza dello strutturalismo francese, oltre a chiari riferimenti filosofici e ad un continuo succedersi di raffinate allegorie.
Il libro è costituito dalla minuziosa descrizione di 55 città dal nome di donna, presentate in percorsi tematici quali la memoria, il desiderio, il cielo, i segni, morti, gli occhi, e intervallate dai dialoghi e dallo scambio di riflessioni tra Marco Polo, il viaggiatore e cronista che racconta i suoi viaggi compiuti attraverso le città, e Kublai Khan, imperatore di un regno tanto esteso da non conoscerne esattamente nè i confini nè i paesaggi. Sappiamo che, inizialmente, Marco Polo non conosce la lingua parlata da Kublai Khan, e si esprime attraverso i gesti, le espressioni, gli oggetti raccolti nel corso dei suoi lunghi viaggi, una comunicazione di certo efficace, ma facile ai fraintendimenti. Poi, lentamente, acquisisce le parole e la forma del discorso, e durante gli ultimi incontri, Kublai Khan, ormai assuefatto a questi periodici resoconti, non noterà come l’instancabile viaggiatore veneziano parli ormai fluentemente la sua stessa lingua.
Personaggio simbolo del viaggio e dell’avventura intesi anche come percorso interiore e sentimentale, Marco Polo ritrae le città visitate non come un osservatore, mercante o turista che sia, qualsiasi, ma attraverso la dettagliata e precisa descrizione di particolari dall’aspetto assurdo, inverosimile, costituenti quella parte, appunto, invisibile che ognuna città possiede. Le città che prendono forma dalle sue narrazioni sono luoghi fantastici ma nello stesso tempo reali, dove l’evoluzione e l’adattamento all’ambiente e alle regole di vita imposte da esso, hanno generato un mondo parallelo, una città nella città che vive di vita propria.
Attraverso il racconto di Marco, le città invisibili si svelano ai nostri occhi, splendide e inquietanti come i labirinti di Escher, e la loro rappresentazione appartiene solamente alla memoria e alla proiezione mentale del narratore: nè a Kublai Khan nè a noi è mai dato modo di “vederle”. Vi è una città sdoppiata dal suo riflesso nell’acqua, un’altra sotterranea e una addirittura sepolta nella terra, un’altra altissima, elevata sopra le nuvole e che non tocca mai terra, ed una sospesa sopra l’abisso con corde e catene. Vi è una città dai palazzi costruiti in vetro trasparente che nasconde una seconda realtà oscura e umida, un villaggio fatto solo di tubature d’acciaio, vasche da bagno e giochi d’acqua, una città che ogni giorno si trasforma in una massa di rifiuti e rinasce nuova fiammante, un’altra i cui abitanti partono continuamente per ricostruire la loro dimora appena oltre i confini della precedente, un’altra che si riproduce continuamente, generando un’infinita serie di città concentriche.
Vi è una città segretamente governata dai morti, una continuamente distrutta da insetti, roditori ed animali estinti, un paese senza inizio nè fine ma solo un’infinita e deserta periferia, una città eternamente costruita e mai ultimata per evitarne la distruzione, un’altra le cui mura e fortezze sono state erette seguendo l’eccelso disegno celeste, ma racchiudono orrendi segreti.
Tra un viaggio e l’altro, appaiono le città immaginate e sognate da Kublai Khan, dove la luna si posa sulle guglie di pietra, o dove il malinconico porto ammette solo le partenze, ma, come gli spiega Marco Polo, mai i ritorni.
E Venezia?, chiederà ad un certo punto l’imperatore. Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo, risponde Marco. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco. Perché, egli afferma, ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.
Dal luogo del sequestro
I colpi alla porta si ripetono, picchiano anche in basso, con la punta degli stivali, con il calcio del fucile. Io non ho mai avuto in mano la chiave di quella porta. Mi tengo inchiodato a questo tavolo, mi stringo a questi fogli. Io non mi muoverò.
Con queste parole inquietanti si chiude Dal luogo del sequestro, romanzo epistolare pubblicato da Fulvio Tomizza pochi anni prima della morte, tanto sorprendente e straordinario quanto spaventoso, e chiunque conosca l’opera dello scrittore e drammaturgo istriano/triestino, Premio Strega 1977 con il pluritradotto La miglior vita, rimane indubbiamente scioccato da questo scritto insolito e sconvolgente.
Nato nel 1935 nel villaggio oggi croato di Materada, e trasferitosi ventenne a Trieste per imposizione del governo jugoslavo, Fulvio Tomizza è noto, sebbene non sufficientemente in Italia, per la Trilogia Istriana, punto di partenza di una lunga opera letteraria di confine, dove il malinconico e bellissimo paesaggio friulano/veneto/istriano diviene sfondo alla nostalgia, al senso di disorientamento e al desiderio del ritorno generati dall’esilio. E in effetti, Fulvio Tomizza ritorna nel paese d’origine per trascorrervi gli ultimi anni di vita, e morire nel 1999.
Questo romanzo crudo e spietato dal finale (o meglio dal non-finale) angosciante e terribile, dove un erotismo esasperato, freddo e sadico si sovrappone ad un’introspezione psicanalitica, e al ritmo serrato e crescente di un thriller, credo sia l’unico di ambientazione tipicamente italiana, addirittura romana, e i luoghi d’origine dell’autore compaiono solo, indefiniti e anonimi, in brevissime frasi. La storia è raccontata dall’io narrante Sergio in due lettere (la seconda “inevasa”) e un tragico post scriptum, nei quali, giunto ormai all’epilogo del dramma che egli stesso ha causato, si rivolge, simbolicamente perché ormai troppo tardi, alla moglie, conscio della propria vana e assurda speranza, così come vano e assurdo era il folle sentimento del quale è divenuto preda.
Sceneggiatore, traduttore, giornalista, Sergio viene invitato dal proprio produttore/amico a Roma per sedurre, almeno virtualmente, un’austera e rigorosa donna la cui influente posizione ministeriale potrebbe procurare i fondi per un film. Il destino perverso vuole che Amalia, la donna detentrice del potere, si riveli incorruttibile sotto ogni aspetto ma, ingenuo come lo sono tutti i romantici conquistatori, Sergio si lascia a sua volta sedurre dalla sorella Rosarita, vedova nevrotica, inconsolabile e al contempo torbidamente affascinante e spettacolare nella voracità affettiva e sessuala. Non innamorato, ma avvinto dalle catene degli amplessi con cui la compiacente vedova, a dispetto dell’appartenenza ad un ricco casato siciliano, lo cinge, Sergio rimane per giorni sull’orlo dell’indecisione tra l’avventurosa vacanza romana e la relativa tranquillità di famiglia, scegliendo infine la seconda che, per quanto frammentata dai continui e reciproci tradimenti, gli infonde maggior sicurezza.
In un successivo incontro veneziano con le due sorelle, Amalia rivela a Sergio il male incurabile di Rosarita, la quale a sua volta confessa di avere resa nota la loro relazione sia alla sorella che ad un cugino siciliano innamorato di lei da sempre e mai corrisposto. Due rivelazioni significative e oscure alle quali Sergio, con wertheriana innocenza, non dà peso, al punto che, successivamente informato della morte di Rosarita, si precipita dapprima a Roma, dove giunge a funerale ormai finito, e quindi in Sicilia, sperando di assistere almeno alla sepoltura dell’amante perduta per sempre. E a questo punto la narrazione assume le tinte del thriller psicologico e del romanzo gotico, sconfinando in un’atmosfera d’angoscia e di orrore degna di Allan Poe.
Invitato a passare la notte in Sicilia, Fulvio si ritrova prigioniero del misterioso cugino/innamorato Gaetano, il quale adduce al “sequestro” il fine difensivo nei confronti dei parenti del marito di Rosarita, che sicuramente vendicherebbero la vedova “disonorata”. Dopo avere chiesto di scrivere alla moglie una lettera dal luogo del sequestro per raccontarle l’incredibile e orrenda avventura, Fulvio scoprirà di essere caduto nella trappola della triplice vendetta, i cui risvolti macabri si dimostreranno profondamente “siciliani”, non solo di Amalia e Gaetano e della loro ambigua gelosia, ma della stessa amante defunta.
Traetemi fuori da questo sogno orrendo, supplica nel post scriptum, inducendo il lettore a sperare che si tratti veramente di un incubo dal quale il protagonista si sveglierà nell’ultima pagina. Ma non è così. La vendetta, terribile come una sentenza di morte. ormai dovrà seguire il suo corso, implacabile. Eccezionale.
Rue de la cloche
di Serge Quadruppani (Marsilio)
Ad un anno di distanza dalla versione italiana di Y, ritorna Emile Krachevski, o Emile K., l’investigatore/ex agente dell’antiterrorismo francese, allontanato (o allontanatosi?) ufficialmente dal servizio per motivi oscuri, ma sempre disposto con un piacere quasi perverso a gettarsi dentro quegli intrighi internazionali e spaventosi creati dalla mente di Serge Quadruppani, scrittore, saggista e traduttore francese, non solo per attirarci nei labirinti del romanzo noir, ma per raccontare attraverso di esso la storia del nostro tempo.
Protagonista di Rue de la Cloche è Leon Jaquet, personaggio disilluso e tristemente romantico, traduttore di professione, residente, appunto, in questa periferica e quasi sconosciuta stradina che possiede ben poco del fascino bohemien ei Parigi. Poi, all’improvviso, Leon si trova ad avere tra le mani l’unica copia manoscritta di Death Job, romanzo inchiesta terribilmente realistico in cui sono svelate le impensabili speculazioni di prestigiose banche e multinazionali in un raggio d’azione che coinvolge gli interessi di tutto il mondo, dal Giappone, agli Stati Uniti, al Medioriente, dove è in corso la prima guerra del Golfo.
E così, tutto il mondo si lancia alla caccia di Leon, privilegiato possessore francese di un documento che in altri paesi è nelle mani di spie, terroristi e servizi segreti, ritenendo che lo abbia almeno letto, ma in realtà egli non lo ha nè letto nè tanto meno tradotto, ma ne ha addirittura passata la traduzione alla bella e capricciosa amante Juliette, da cui si separa brutalmente dopo un litigio durante il quale il prezioso manoscritto viene perduto. A questo punto, sulle tracce di Leon abbandonato e deluso, entra in scena anche Emile K., infallibile, spietato, esasperante fino al limite estremo, e la storia prosegue in un’incessante catena di colpi di scena, inseguimenti e fughe, scontri a fuoco e omicidi, catturando tutta la nostra attenzione.
Con una maestria narrativa che si muove tra il romanzo e il saggio politico, Serge Quadruppani ritrae, dietro alle scene d’azione e di violenza tipiche del noir, il mondo contemporaneo, lo spostamento degli interessi e delle speculazioni internazionali avvenuto dopo il crollo del Muro e del blocco sovietico, delinea i nuovi piani di controllo del mondo, critica il falso idealismo e l’ambiguo perbenismo di alcune correnti politiche solo apparentemente “popolari”.
Il tutto con uno stile splendidamente trascinante, con una scrittura quasi cinematografica, scandita in fotogrammi visivamente distinti e percepibili, e in intrecci di storie e personaggi che sembrano perdersi di vista per poi ricongiungersi, restituendoci di nuovo la giusta direzione del racconto. Bellissimo.
Il peso del corpo
L’automobile passò per la terza volta, con la radio a tutto volume. Un gruppo di ragazzi del quartiere che si faceva un giro per le strade. Nathan ne immaginava le facce, i gomiti che sporgevano dai finestrini, le sigarette in bocca. Giravano senza meta, avrebbero potuto andare in centro, su a nord, ovunque.
Ehud Havazelet, è nato a Gerusalemme nel 1955 e vive in Oregon, dove insegna scrittura creativa. Affermato autore di due raccolte di racconti, ha esordito con questo suo primo romanzo, Il peso del corpo, definito una delle più significative opere del terzo millennio legate al dramma della Shoah trattandola, come vi accorgerete leggendolo, in maniera del tutto inedita.
E’ evidente che la famiglia di Sol Mirsky, una delle figure più inquietanti e affascinanti tra i protagonisti del romanzo, arranchi ormai in una disfatta esistenziale e irrimediabile, dovuta forse in parte alla memoria della Shoah, della quale Sol è un sopravvissuto, e in parte al successivo trapianto in America, con le dovute difficoltà di adattamento e integrazione. In questa atmosfera di doloroso disincanto e angosciante nostalgia, andare alla deriva sembra quasi inevitabile, ma Sol Mirsky, oppresso da un obbligato destino di sopravvissuto che lo ha reso rabbioso, disperato e confuso, passa le ore libere a raccogliere e archiviare i ricordi dei compagni di prigionia scomparsi, e sembra non rendersi conto di come la sua famiglia, apparentemente così americana e perfetta, si sia irrimediabilmente frantumata.
Perché Daniel, il figlio prediletto, brillante studente universitario e audace contestatore, ha lasciato l’università e si è perso nei labirinti della droga, mentre il fratello Nathan, medico poco convinto e traditore recidivo e violento della propria compagna, cerca la verità nell’alcool e in una discutibile psicanalisi. Gli anni, comunque, uno dopo l’altro passano, e un giorno Nathan riceve la notizia della morte del fratello, avvenuta apparentemente in uno scontro a fuoco tra bande rivali, in una squallida periferia metropolitana. A questo punto, come per seguire una sorta di rivelazione, egli lascia tutto e tutti, e insieme all’ormai anziano Sol, parte verso la riva del Pacifico, alla ricerca della verità su questa dubbia morte. Un viaggio forse più interiore che reale, spezzato dalle allucinazioni/flashback di Sol, che rivede il villaggio della sua infanzia e le immagini di morte del campo di sterminio, e condiviso ad un certo punto con Abby e Ben, l’amante, ex tossicodipendente, e il figlio adottivo di Daniel, dei quali il padre e il fratello ignoravano l’esistenza.
Personaggi certamente differenti, ma uniti nel profondo dalla morte e dalla tragedia, dalla perdita di una persona a loro legata e dal tenebroso ricordo della storia. Simbolo supremo della memoria, ma anche promessa di rinascita, le ceneri, che in questo caso appartengono a Daniel, e la loro leggerezza a rappresentare il peso di ciò che lui era, costringeranno coloro che sono ancora vivi, il padre, il fratello, l’amante, il figlio adottivo, a ritrovarsi, e a proseguire insieme.
Miserere
di Jean Christophe Grangé (Garzanti)
Ogni delitto è una variazione rispetto al precedente. Ogni delitto annuncia il successivo. Bisogna trovare, dietro la combinazione, il tema iniziale.
Jean Christophe Grangé è uno scrittore noir francese, autore di successi internazionali, tra cui I fiumi di porpora, e noto al pubblico dei lettori sia per la maestria del narratore/giallista, sia per la lucida e dettagliata crudeltà di numerose scene.
L’associazione tra la follia criminale e le Variazioni Diabelli di Beethoven, quale chiave per scoprire l’oscuro meccanismo del ripetersi dei delitti di un serial killer, proviene dal contesto musicale/gotico in cui si svolge il romanzo Miserere, pubblicato in Italia lo scorso anno. La storia si apre con la morte dell’organista ungherese Wilhelm Goetz, ritrovato morto alla tastiera dell’organo di una chiesa armena di Parigi dove dirige un coro di voci bianche, con le sue urla ancora vive e risuonanti nelle canne dello strumento, e le impronte di un bambino accanto al corpo. Il caso vuole che ad occuparsi di questo macabro e grottesco delitto siano Lionel Kasdan, un poliziotto armeno depresso e pensionato, e Cedric Volokine, genio della Squadra Minori, temporaneamente sospeso per seguire una terapia di disintossicazione dalla droga.
Partendo dalla scoperta che Goetz era fuggito dalla dittatura cilena, dove è ignoto se fosse una vittima o un carnefice, i due improvvisati investigatori, in gara con la polizia ufficiale, si ritrovano immersi in un mondo occulto e spaventoso, dominato dalla spietata e diabolica setta di un ex nazista nascosta dietro l’innocente identità di un club culturale: un’entità terrificante che sembra essere realmente esistita in Cile, dove era ancora più crudele della versione letteraria di Grance.
Coinvolgente sia per la suspance ininterrotta che per l’atmosfera multietnica e pluriculturale creata da ambienti e personaggi, la narrazione procede da un colpo di scena all’altro (tutti terrificanti), in un quasi inestricabile intrigo di storia, politica, psicologia e follia scientifica, tra bambini assassinati e bambini killer, sperimentazione medica in stile nazista, violenza e tortura dal doppio aspetto di gioco sado-maso e di repressione, con la presenza costante e avvolgente della musica a legare scene e accadimenti.
Come le Variazioni si arricchiscono l’una dall’altra, anche i delitti del misterioso assassino sembrano acquistare forza, valore e perfezione nel loro incrementarsi, seguendo un tema ritmico tanto spaventoso quanto sublime. Con la convinzione che spesso il Male si nasconde nelle vesti più candide.
Lady Chatterly’s lover
di D.H. Lawrence (Penguin Classics Books) – Febbraio 2010
Se proprio dobbiamo leggere sull’amore, che sia un capolavoro.
E, forse, non esiste tra i classici della letteratura alcuna opera comparabile a L’amante di Lady Chatterly, il contestato, incompreso e splendido romanzo del grande autore inglese David Herbert Lawrence. Nato nel 1885 a Eastwood, Lawrence esercitò per diversi anni la professione di insegnante, prima di dedicarsi totalmente alla letteratura, un’esperienza dalla quale talvolta trasse ispirazione per i personaggi dei suoi romanzi. Nel 1907 pubblica il primo racconto con la firma di Jessie Chambers, e dopo il matrimonio con la ricca nobildonna tedesca Frieda Von Richtofen, già divorziata, inizia a viaggiare attraverso tutti i paesi del mondo, tra cui l’Italia. Ed è proprio in Italia, a Firenze, dove viene pubblicato nel 1928 il suo undicesimo romanzo, L’amante di Lady Chatterly, per il quale sembra aver tratto ispirazione dalla relazione avvenuta tra la propria moglie e un ufficiale italiano, che diverrà poi il terzo marito di Frieda.
Ambientato nelle campagne delle Midlands, il romanzo narra la storia di Connie Chatterly, signora giovane e ricca, che all’improvviso si trova costretta a dover assistere il marito ritornato invalido dalla seconda guerra mondiale. Intelligente, vivace, piacevolmente intellettuale, Connie assume con responsabilità e determinazione la propria responsabilità, ma la sua sensualità allegra e romantica inevitabilmente risente di una vita divenuta monotona, priva di emozioni e quasi solitaria, con l’unica compagnia del marito, reso egoista e apatico dall’incidente.
Poi, un giorno, durante una passeggiata tra i boschi, Connie incontra il solitario e taciturno guardiacaccia Mellors, e rimane immediatamente catturata sia dal suo fisico scattante, felino, selvaggio, quanto dai suoi modi istintivi e diretti, totalmente diversi da quelli del marito. Come era prevedibile, tra Connie e Mellors scoppia una passione inarrestabile, violenta e divampante, prevalentemente fisica e sessuale, ma questo aspetto predominante non la svalorizza affatto, bensì diviene fondamenta e forza di coesione di un amore profondo e totale.
Con una sensibilità eccezionale, calandosi nei labirinti interiori sia maschili che femminili, Lawrence analizza e descrive l’attrazione fisica e le esperienze erotiche della coppia, tanto da rendere il romanzo un vero classico dell’erotismo, ma soprattutto evidenzia il loro coraggio di contrastare la società ipocrita e borghese dell’epoca, di abbattere le barriere del pregiudizio e di dare alla donna la libertà di agire senza intaccare minimamente la propria dignità. Il sesso e la passione, fulcro della relazione di Connie e Mellors, divengono esperienza di ricerca e di arricchimento reciproco, arma di difesa contro la falsità del perbenismo, e sublime espressione dell’amore.
Il sentimento, secondo Lawrence, non può scindersi dalla fisicità e, se privato della totale libertà del desiderio sessuale, rimane incompleto e destinato a fallire. Nel momento in cui Connie rimane incinta, lascia il marito e si trasferisce in Scozia, dove attenderà Mellors, partito in cerca di lavoro. Connie Chatterly, generata dall’idea dell’autore riguardo all’importanza che la donna assume nella vita di ogni uomo, con la sua forza di carattere e il suo coraggio di lasciarsi trasportare dall’amore per il proprio compagno, rappresenta inoltre uno dei primi ritratti dell’ideologia femminista. Prima che venisse intaccata dalla politica, ovviamente.
La coscienza di Zeno
Fui accompagnato tutta la notte da un ferreo proposito. Sarei stato sincero con Carla prima di farla mia e le avrei detta l’intera verità sui miei rapporti con Augusta. Nella mia solitudine mi misi a ridere: era molto originale andare alla conquista di una donna con in bocca la dichiarazione d’amore per un’altra.
Aron Hector Schmitz, di nazionalità austriaca e di origine ebraica, nasce a Trieste nel 1861, quando la città friulana, inserita nell’impero astroungarico, rappresentava un eccezionale punto d’incontro di etnie e culture, un policromo e affascinante alternarsi di armonia e di conflitto. Un’atmosfera originale, inevitabilmente trasmessa dai romanzi di Schmitz, firmati con il nome d’arte di Italo Svevo, il quale, dopo la pubblicazione, a fine ’800, di Una vita e Senilità, passati quasi inosservati dalla critica, rimane in silenzio per oltre vent’anni prima di comporre il suo capolavoro, La coscienza di Zeno, che riceverà i complimenti di Eugenio Montale. L’amicizia con James Joyce, allora residente a Trieste, contribuì a diffondere l’opera di Italo Svevo anche oltreconfine.
Redatto in forma di diario personale, con una forte introspezione filosofica e psicoanalitica dovuta anche all’influenza che Sigmund Freud ebbe su Italo Svevo, il romanzo rappresenta la storia di Zeno Cosini, io narrante e alterego dell’autore, il quale inizia a scrivere di sè stesso dietro suggerimento del proprio psicanalista. Questo misterioso personaggio compare unicamente come autore della prefazione, firmata Dottor S., in cui dichiara come, a seguito dell’improvvisa interruzione della terapia da parte di Zeno Cosino, egli avesse deciso di farne pubblicare il diario rimasto in suo possesso, per vendetta e sperando che gli dispiaccia.
A questo punto ha inizio la lunga e complessa biografia di Zeno, in cui egli ripercorre i momenti e le situazioni più significative della sua vita: la morte del padre, i continui tentativi, totalmente privi di volontà, di liberarsi del vizio del fumo, le contrastate relazioni con le donne, le infatuazioni molteplici e il conseguente matrimonio deciso quasi per vendetta, la vita coniugale frammentata tra moglie e amanti, le avventure commerciali in società con il cognato, il fallimento della psicanalisi con la conclusione che, in fondo, la vita non è nè brutta nè bella ma originale, ma soprattutto è una malattia, incurabile, inguaribile e inevitabilmente mortale.
Mirabile ritratto non solo di una persona ma dell’ambiguità stessa della natura umana, del pericolo degli intrecci affettivi, delle affinità e delle dipendenze a cui ognuno è soggetto, dei contrasti interiori talvolta irrisolvibili, o risolvibili per vie errate, Zeno appare come un uomo non troppo estroverso ma sufficientemente brillante, a suo modo romantico e passionale, sicuramente sognatore, vagamente idealista, spesso attraversato da buone intenzioni che poi non riesce a mettere in atto fino in fondo, e continuamente orientato verso direzioni opposte che, per mancanza di volontà o di intenzione di scelta, segue contemporaneamente in maniera alternata. E così, oltre a sperimentare i più contorti e fallimentari sistemi per smettere di fumare scoprendo di non averne affatto l’intenzione, Zeno corteggia le due sorelle Ada e Alberta e ne chiede in sposa la terza, Augusta, quasi per reazione dopo essere stato rifiutato da entrambe. Costruisce, nonostante tutto, una famiglia serena e felice, ma tradisce la moglie con maniacale continuità, reso forte dal fermo proposito che ogni volta sia l’ultima, per poi perseverare nuovamente nel tradimento proprio per effetto di questa convinzione.
Nonostante i momenti di malinconia, disperazione e angoscia, e le crisi ipocondriache cui è soggetto, Zeno non è affatto fragile o insicuro, e addirittura nei momenti veramente drammatici, come i fallimenti economici o il suicidio del cognato Guido, marito della bella Ada, primo e incorrisposto amore, rivela una lucidità e una calma incrollabili, derivanti dalla raggiunta constatazione filosofica che non vale mai la pena di prendersela per una sconfitta in quanto la vita può riservarci sempre sorprese inaspettate. Il diario si chiude sul preludio, quasi farsesco, della grande guerra, e con la conclusione che, in fondo, il mondo è destinato a distruggersi per sua stessa mano. Leggetelo, e scoprirete ancora una volta come i grandi capolavori si riadattino ad ogni epoca. Un particolare da non lasciarsi sfuggire: Trieste, splendida, è percepibile, come una presenza viva.
La notte tace
La Shoah nella poesia ebraica
a cura di Sara Ferrari (Salomone Belforte Editore) – Gennaio 2010
Possa tu tornare, torna, ti guarderemo, Shulamit.
(La memoria della cenere su di me scaglia il suo voto!)
- Alexander Penn, Cantico dei Cantici –
Per uno straordinario, quasi miracoloso gioco dell’assurdo, dopo Auschwitz e dopo la Shoah i poeti non hanno smesso mai di scrivere e, al contrario, i loro versi celebrano la memoria di coloro che non uscirono dai cancelli del luogo più orribile della storia e rendono l’esistenza dei sopravvissuti, sospesa sull’orlo di uno spaventoso abisso di nostalgia e sofferenza, se non sopportabile almeno insopportabilmente possibile. La consistenza incorporea propria della poesia, elevata e profonda al contempo, la rende l’arte che meglio esprime, dopo il silenzio, lo struggente dolore lasciato dalla Shoah mantenendone intatto ogni aspetto, dall’incredulità allo stupore, dalla disperazione al desiderio di vendetta, dalla malinconia alla consapevolezza dell’incolmabilità del vuoto di sei milioni di morti.
Paradossalmente la poesia, come altre forme d’arte, sopravvisse anche tra le mura e le barriere dei campi di sterminio dimostrando che, se l’arte esalta la vita, può anche essere in grado di trasformarsi nel ritratto dell’orrore, quando l’orrore è verità. La particolarità, rara e quasi inedita, di questa straordinaria antologia poetica, edita da Salomone Belforte Editore e curata da Sara Ferrari, è quella di offrire ai lettori, per la prima volta tradotta in italiano, una raccolta di versi dove la Shoah viene interpretata e ritratta in ebraico, la lingua del popolo che si era deciso di eliminare.
Nati lungo un arco temporale di circa 80 anni esteso da fine Ottocento agli anni ’60, gli autori appartengono a momenti storici e contesti differenti: alcuni sono essi stessi vittime dell’incubo nazista, come David Vogel o Yitzhak Katzenelson, altri assistettero ai tentativi di distruzione del proprio popolo dalla Palestina dove già si erano trasferiti ancor prima della fondazione di Israele, altri riuscirono in qualche modo a sopravvivere e riemergere dall’inferno della deportazione, altri ancora appartengono alle “nuove generazioni”, quelle dei figli dei superstiti, nati all’ombra di un incubo ancora spaventosamente incombente.
La diversa collocazione degli autori nei confronti del genocidio nazista è percepibile dal materializzarsi dei loro sentimenti nei versi, dove traspare non solo l’emozione fortissima e lacerante causata dalla tragedia vissuta direttamente o indirettamente, ma la diversa visione della scena attraverso punti di vista storicamente distanziati. Possiamo così renderci conto come al terrore disperato e quasi rassegnato di quanti subirono personalmente la Shoah si succedano la rabbia quasi dissacrante, il dolore e il senso di colpa di chi, lontano dall’Europa, non ha potuto fare altro che stare in disparte a guardare l’annientamento del proprio popolo, il lamento inteso come denuncia esplicita, costellata di riferimenti biblici e di sarcasmo verso l’ostentazione retorica e inflazionata della Memoria, di sopravvissuti ed ex deportati a volte giovanissimi, e la sofferenza indiretta ma indelebile e soffocante che incantena tuttora i figli dei sopravvissuti.
Leggete i versi di questi straordinari poeti, vittime della più crudele perversione dell’animo umano, non solo per la loro struggente bellezza, ma per il dovere di non dimenticare l’assurdità della morte, programmata e voluta, di milioni di persone che non avevano altra colpa se non quella di essere vivi.





