La notte tace
La Shoah nella poesia ebraica
a cura di Sara Ferrari (Salomone Belforte Editore) – Gennaio 2010
Possa tu tornare, torna, ti guarderemo, Shulamit.
(La memoria della cenere su di me scaglia il suo voto!)
- Alexander Penn, Cantico dei Cantici –
Per uno straordinario, quasi miracoloso gioco dell’assurdo, dopo Auschwitz e dopo la Shoah i poeti non hanno smesso mai di scrivere e, al contrario, i loro versi celebrano la memoria di coloro che non uscirono dai cancelli del luogo più orribile della storia e rendono l’esistenza dei sopravvissuti, sospesa sull’orlo di uno spaventoso abisso di nostalgia e sofferenza, se non sopportabile almeno insopportabilmente possibile. La consistenza incorporea propria della poesia, elevata e profonda al contempo, la rende l’arte che meglio esprime, dopo il silenzio, lo struggente dolore lasciato dalla Shoah mantenendone intatto ogni aspetto, dall’incredulità allo stupore, dalla disperazione al desiderio di vendetta, dalla malinconia alla consapevolezza dell’incolmabilità del vuoto di sei milioni di morti.
Paradossalmente la poesia, come altre forme d’arte, sopravvisse anche tra le mura e le barriere dei campi di sterminio dimostrando che, se l’arte esalta la vita, può anche essere in grado di trasformarsi nel ritratto dell’orrore, quando l’orrore è verità. La particolarità, rara e quasi inedita, di questa straordinaria antologia poetica, edita da Salomone Belforte Editore e curata da Sara Ferrari, è quella di offrire ai lettori, per la prima volta tradotta in italiano, una raccolta di versi dove la Shoah viene interpretata e ritratta in ebraico, la lingua del popolo che si era deciso di eliminare.
Nati lungo un arco temporale di circa 80 anni esteso da fine Ottocento agli anni ’60, gli autori appartengono a momenti storici e contesti differenti: alcuni sono essi stessi vittime dell’incubo nazista, come David Vogel o Yitzhak Katzenelson, altri assistettero ai tentativi di distruzione del proprio popolo dalla Palestina dove già si erano trasferiti ancor prima della fondazione di Israele, altri riuscirono in qualche modo a sopravvivere e riemergere dall’inferno della deportazione, altri ancora appartengono alle “nuove generazioni”, quelle dei figli dei superstiti, nati all’ombra di un incubo ancora spaventosamente incombente.
La diversa collocazione degli autori nei confronti del genocidio nazista è percepibile dal materializzarsi dei loro sentimenti nei versi, dove traspare non solo l’emozione fortissima e lacerante causata dalla tragedia vissuta direttamente o indirettamente, ma la diversa visione della scena attraverso punti di vista storicamente distanziati. Possiamo così renderci conto come al terrore disperato e quasi rassegnato di quanti subirono personalmente la Shoah si succedano la rabbia quasi dissacrante, il dolore e il senso di colpa di chi, lontano dall’Europa, non ha potuto fare altro che stare in disparte a guardare l’annientamento del proprio popolo, il lamento inteso come denuncia esplicita, costellata di riferimenti biblici e di sarcasmo verso l’ostentazione retorica e inflazionata della Memoria, di sopravvissuti ed ex deportati a volte giovanissimi, e la sofferenza indiretta ma indelebile e soffocante che incantena tuttora i figli dei sopravvissuti.
Leggete i versi di questi straordinari poeti, vittime della più crudele perversione dell’animo umano, non solo per la loro struggente bellezza, ma per il dovere di non dimenticare l’assurdità della morte, programmata e voluta, di milioni di persone che non avevano altra colpa se non quella di essere vivi.
